Idee
«A giovanò, ’sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma». Così, in una scena iconica del film Bianco, rosso e Verdone del 1981, il rude ma premuroso camionista, interpretato da Mario Brega, si offre – durante il viaggio da Verona a Roma, verso il seggio elettorale – di sostituire il goffo e impacciato Mimmo (Carlo Verdone), che è in ansia per fare un’iniezione a nonna Teresa (Lella Fabrizi, sorella dell’indimenticato Aldo). Il richiamo cinematografico può essere chiamato in causa di fronte alla nuova legge elettorale per le politiche (legge 9 ottobre 2026, n. 180), che, come ha sottolineato su Il Sole 24 Ore l’autorevole politologo Roberto D’Alimonte, non è un sistema, ma la combinazione di due sistemi elettorali, che possono determinare effetti opposti.
Stabilicum. Lo Stabilicum o Melonellum (se si pensa alla determinazione con cui la premier l’ha imposto al centrodestra, a suon di voti di fiducia) produrrà compiutamente i suoi effetti solo «se la coalizione con più voti – argomenta D’Alimonte – supera la soglia del 42 per cento in entrambi i rami del Parlamento». Solo in quel caso l’alleanza vincente «ottiene un premio di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, che le consente di avere una maggioranza assoluta variabile tra il 52 e il 56 per cento». I nominativi del listone del premio di governabilità – suddiviso fra le 26 circoscrizioni – saranno stampati sulla scheda; sotto ci saranno i nominativi dei candidati da votare. Va da sé che, poiché il saldo è zero, allargare di 105 unità il plotone dei vincenti, significa tagliare di altrettanti parlamentari quello dei perdenti.
Proporzionale puro. Ma se nessuna coalizione arriva al 42 per cento (un’ipotesi al momento non peregrina), il Melonellum cambia completamente natura e assegna con il sistema proporzionale puro 392 seggi alla Camera e 196 al Senato (gli altri 12 scranni, otto a Montecitorio e quattro a Palazzo Madama, fanno capo alle circoscrizioni estere).
Addio collegi uninominali. La grande novità è rappresentata dall’eliminazione dei collegi uninominali previsti dal Rosatellum (il sistema ideato nel 2017 da Ettore Rosato), che erano pari ai tre ottavi dei seggi in entrambe le Camere. La soglia di sbarramento è al 3 per cento per chi non si presenta in coalizione e al 10 per le coalizioni; il premio di governabilità, in quota fissa, è – come detto – di 70 deputati e di 35 senatori, fino a un tetto di 220 deputati (cioè il 55 per cento dei seggi) e di 113 senatori (ovvero il 56,5 per cento). Il risultato finale sarà pertanto influenzato da due variabili: da un lato, dal voto utile per il centrodestra (Fdi, Forza Italia, Lega, Noi Moderati, Udc) e per il centrosinistra (Pd, M5S, Avs, Italia Viva e Più Europa); dall’altro dai numeri ottenuti dai partiti che sceglieranno di correre da soli.
Il candidato premier. Un’altra novità importante è l’obbligo d’indicare, al momento della presentazione in Corte d’Appello dei contrassegni delle liste e dei programmi delle coalizioni, i nominativi dei candidati premier. Questo passaggio prefigura il premierato e di fatto contravviene all’articolo 92 della Costituzione, che recita: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri».
Le preferenze. Il centrodestra sottolinea di aver ripristinato, dopo 33 anni, le preferenze. Ben che vada, i parlamentari indicati direttamente dagli elettori saranno intorno al 30 per cento del totale. In primis perché ogni lista presenta un capolista bloccato (non è prevista l’alternanza di genere): vale a dire che, se una lista conquista un solo seggio in un collegio plurinominale, viene eletto automaticamente il capolista bloccato. Il cittadino può invece tracciare fino a un massimo di tre crocette (con obbligo di alternanza di genere), scegliendo in un elenco di sei candidati già indicati sulla scheda.
Le firme. Per partecipare i partiti che non siano già rappresentati in Parlamento dovranno presentare valanghe di firme. Il tetto è stato quadruplicato: da 1.500/2.000 a 6.000/7.000 per ogni collegio; in totale circa 400 mila nello Stivale. È esentato dalla raccolta chi, al 31 dicembre 2025, contava già un gruppo in Parlamento. Beneficia di uno sconto di 1.550/2.000 firme chi, prima dell’entrata in vigore della nuova legge, costituisce una componente nel gruppo Misto con tre deputati o un senatore. Per questo l’onorevole Bruno Tabacci, presidente di Centro Democratico, ha messo a disposizione il suo simbolo del nuovo partito Più Uno di Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli. Mentre il senatore pentastellato Luigi Nave è passato “in prestito” alla componente Avs del gruppo Misto per consentire a Enzo Maraio (Avanti Psi) ed Alessandro Onorato (Progetto Civico) di avere lo sconto sulle firme.
Dopo aver perso la sfida in Parlamento, l’opposizione cerca di correggere la nuova legge elettorale attraverso i ricorsi, che dal 26 ottobre saranno depositati nei 30 distretti giudiziari italiani. Il primo punto nel mirino dei ricorrenti riguarda l’entità del premio di governabilità che, con lo Stabilicum, viene assegnato su base nazionale (e non regionale, come prevede per il Senato l’articolo 57 della Costituzione). Viene contestato ancora il numero di firme eccessivo richiesto per presentare alla corsa un nuovo partito. Poi fa discutere la cancellazione del limite del 60 per cento dell’alternanza di genere per i capilista. E ancora, l’indicazione preventiva del candidato premier all’atto del deposito delle liste. Senza dimenticare la questione dei capilista bloccati (che può vanificare la competizione tramite preferenze).