Chiesa
Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione. È questo il titolo del Messaggio per la Quaresima di Papa Leone XIV. Qui il Papa nel parlare del digiuno lo estende ad altre dimensioni oltre a quella del cibo. Scrive il pontefice: «Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace». È un invito pressante che la famiglia è chiamata a fare proprio. Non possiamo nasconderci che anche nelle famiglie più stimabili spesso il nervosismo prenda il sopravvento. Si alza il tono di voce, scappano improperi e parolacce e le parole possono ferire più di una percossa. Del resto ricordiamo a quale fine destina Gesù chi dice stupido o pazzo a suo fratello. Si tratta, come dice il Papa, di “disarmare il linguaggio” e “misurare le parole”, un esercizio che richiede costanza, pazienza e umiltà. In occasione di scontri o litigi sono gli adulti che devono dare il buon esempio. Prima di tutto fra loro non si arrivi a mancarsi di rispetto, ritrovando prima possibile la volontà di ascoltare le ragioni dell’altro. Se ci si è offesi si sappia tornare sui propri passi. I genitori evitino di trascendere, così che i figli – pensiamo agli adolescenti – quando sono redarguiti, per il loro linguaggio, non possano rinfacciare al padre e alla madre di essere incoerenti. Spesso sono proprio i ragazzi che si lasciano andare a “rispondere male” (come si suol dire) e in questi casi sta ancora una volta agli adulti trovare il modo che la discussione non degeneri nella volgarità e nella violenza verbale. Anche tra fratelli talvolta possono scoppiare diverbi molto accesi e bisogna fare affidamento su chi ha per primo la capacità di fare un passo indietro, trattenersi, magari anche chiedere scusa. Sì, perché non basta astenersi dalle male parole, ma bisogna sforzarsi di educarsi alla gentilezza. Anche un “grazie”, un “prego” o uno “scusa” – come amava ripetere Papa Francesco – se detti con calore e convinzione, cambiano l’atmosfera delle nostre relazioni. Come ci dice Papa Leone non dobbiamo sottovalutare la gentilezza. Essa non va mai omessa o data per scontata. La gentilezza è la forma con cui non solo il rispetto, ma l’affetto, l’amore stesso prendono forma nelle nostre relazioni e quindi da aspetto formale diviene elemento sostanziale delle nostre comunicazioni. Una conversazione gentile evita giudizi affrettati nei confronti dell’interlocutore e si presta anzi ad essere strumento di solidarietà e sostegno per l’altro. Se più membri della famiglia si cimenteranno in questo tipo di digiuno dalle parole taglienti o offensive a favore di una cordiale gentilezza si svilupperà un positivo clima di benevolenza e ci si educherà reciprocamente alla formazione di un animo attento anche alle relazioni con tutti, nella vita quotidiana. La gentilezza e la cura delle parole sono forse il primo punto per contrastare ogni violenza e promuovere la pace.