Idee
«La guerra non solo si combatte al fronte, nelle zone del Donbass, ma è entrata nelle case di ogni ucraino là dove c’è una persona morta da ricordare, un disperso che si spera sempre possa tornare, un ferito o mutilato da accudire».
Don Moreno Cattelan, missionario orionino padovano da oltre vent’anni in Ucraina, è stata una delle prime testimonianze sentite dopo lo scoppio del conflitto. I suoi racconti ci hanno accompagnato lungo questi quattro anni e, nonostante la necessità di non fermarsi per essere d’aiuto, ancora oggi trova un istante per trasmetterci, con i suoi occhi, il dramma e l’orgoglio di un popolo che non si piega nonostante tutto. «Gli allarmi quotidiani, soprattutto notturni ci richiamano la cruda realtà di una situazione che viviamo nella precarietà, con la paura e il reale pericolo di morire, soprattutto quando sopra la tua abitazione senti il sibilo delle bombe ipersoniche o il caratteristico rumore degli Shahed, i droni che vengono pilotati verso obiettivi precisi che non sono solo infrastrutture, ma da qualche mese a questa parte, anche abitazioni civili; qui a Kyiv gli enormi palazzoni di 25-30 piani».
Di immagini ce ne sarebbero migliaia, lui sceglie una più recente e sconvolgente, quella vista la scorsa settimana durante la visita a un amico in un ospedale militare: «Un ragazzo di 25-30 anni giaceva in carrozzina con entrambe le gambe e il braccio destro amputati. Un’immagine che anche adesso, mentre ne faccio memoria, non riesco a cancellare. Immaginatevi che persone ferite, mutilate o con problemi psichici causati dai traumi della guerra se ne contano più di ottocentomila. Credo non serva aggiungere altro».
La sensazione, confida don Moreno, è quella dell’impotenza difronte a una tragedia che coinvolge milioni di persone che subiscono le conseguenze dirette e indirette di questa aggressione. Però se da un lato poco o nulla si può fare nello scacchiere geopolitico, la presenza di umanità nei luoghi di povertà, dolore e sofferenza conta ancora tantissimo: «Se pensiamo alle zone di guerra mi vengono in mente i bambini e ragazzi di Pokrovsk, cittadina nella quale andavamo per l’animazione dell’oratorio quando ancora i russi erano a una ventina di chilometri (ora è sotto il loro dominio, distrutta!). C’erano alunni di quarta, quinta elementare che a causa, prima del Covid e poi della guerra, avevano passato più giorni di scuola con lezioni a distanza che non in presenza. Erano evidenti le carenze non solo didattiche ma anche psicologiche. Credo, però, che la difficoltà maggiore sia la stanchezza mentale dovuta alla tensione quotidiana, al fatto che hai perso il conto delle notti insonni, il trovarsi dentro a un tunnel dove non vedi la via di uscita o la luce. Un po’ preghi, un po’ aspetti, un po’ speri cercando di forzare una dura realtà che, non solo ti sovrasta, ma che sembra non finire mai».
Nonostante disagi, un numero non definito di morti, milioni di sfollati all’estero o internamente, città completamente distrutte e parte del territorio ucraino già occupato dal nemico, don Moreno trasmette la forza di un popolo che non si arrende, «quasi che avessimo, ogni giorno, una nuova carta da giocare per rimettere in sesto la partita». Ed ecco, per esempio, che molti progetti a livello statale, regionale e locale sono già in atto: «Le cittadine di Irpin e Hostomel, le prime a essere state distrutte, sono state completamente ricostruite. Nel nostro Comune, alle porte di Kyiv sono già funzionanti centri di salute mentale, iniziative anche economiche a sostegno dei veterani con servizi statali riguardanti agevolazioni per l’acquisto di alloggi, indennità per gli affitti. Alle famiglie che hanno perso qualche congiunto è garantita una indennità. Anche la Chiesa greco-cattolica si muove in questo campo fornendo soprattutto aiuto psicologico alle vedove, ai ragazzi rimasti orfani, ai tanti soldati traumatizzati. Le conseguenze della guerra stanno avendo una ricaduta preoccupante sull’inflazione e di conseguenza sull’aumento dei poveri: fondazioni, associazioni varie, religiose e non, stanno svolgendo un lavoro enorme di aiuto concreto e vicinanza a questa fascia di popolazione. Anche noi siamo operativi in questo campo della vicinanza e carità concreta».
24 febbraio 2022 è la data di inizio, quando ci sarà una fine? «Giovanni XXIII introdusse per primo la prospettiva di un disarmo integrale, che si può affermare soltanto attraverso il rinnovamento del cuore e dell’intelligenza – conclude don Moreno – Così scriveva nella Pacem in terris: “Al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità”. La vicendevole fiducia. Ed è in queste parole di Papa Giovanni che intravvedo uno spiraglio di luce».