Idee
In Etiopia la speranza ha spesso il volto delle donne. Nelle comunità di Adaba, Dodola e Kokossa – dove è presente la missione dei fidei donum della Diocesi di Padova – ci sono piccole realtà cristiane immerse in un territorio rurale a prevalenza musulmana. Qui la vita quotidiana è segnata dalla povertà e dalla fragilità. Qui sono soprattutto le donne a tenere insieme le famiglie, a sostenere i bambini, a creare relazioni, a farsi carico delle situazioni più difficili. Sono loro a custodire la vita ordinaria e, quando serve, a rimetterla in moto con inventiva, prudenza e una sorprendente capacità di resistenza.
Questo tessuto femminile, umile e determinato, si può vedere in due segni concreti, diversi ma sintonici: le visite spontanee delle donne della parrocchia di Dodola al carcere femminile e il progetto più strutturato di promozione della donna attivo nella Prefettura apostolica di Robe. Iniziative diverse, con modalità e finalità proprie, ma che esprimono la stessa convinzione: che sono le donne – spesso le più povere tra i poveri – i soggetti capaci di far crescere la società. Sono la speranza dell’Etiopia.
La sezione femminile del carcere di Dodola è molto piccola: quattordici donne e due bambini condividono spazi essenziali, articolati in edifici di fango con servizi minimi. «Vivono in condizioni molto semplici – racconta don Stefano Ferraretto, missionario fidei donum padovano impegnato ad Adaba – La sezione maschile è più grande e noi, da tre anni, forniamo medicinali alla piccola clinica interna. Questo ha stimolato anche le donne della parrocchia a chiedersi: noi, che cosa possiamo fare?».
La risposta è arrivata quest’anno. Un gruppo guidato da Azeb, direttrice della scuola dell’infanzia cattolica e catechista, ha raccolto una piccola somma: abbastanza per il caffè, il pane e una bevanda tradizionale. Non un progetto formalizzato, ma un gesto nato dal basso. Hanno chiesto il permesso alla polizia penitenziaria e sono entrate per la prima volta nella sezione femminile.
«È stato un incontro semplice – ricorda don Ferraretto – Sedute insieme, hanno condiviso caffè e parole. In Etiopia il caffè è un gesto di ospitalità, dice: ti vedo, ti ascolto».
La seconda visita è stata più lunga: le donne della parrocchia hanno parlato della loro vita quotidiana; le detenute hanno raccontato frammenti di storie segnate da abbandono, povertà, violenza, assenza di reti familiari. In carcere poche di loro ricevono visite e l’attesa del processo può durare mesi.
Quando le donne della parrocchia hanno scoperto che nella sezione vivono due bambini, Azeb ha chiesto alla missione padovana materiale didattico: colori, fogli, matite. Nella terza visita li hanno portati insieme al pane e al caffè. Un modo per dire a quei piccoli che non sono dimenticati.
Accanto a questa iniziativa spontanea, ce n’è un’altra molto diversa ma altrettanto significativa: la promozione della donna, sostenuta dalla missione padovana e dalla “Quaresima di fraternità”, iniziativa che anima ogni anno la Diocesi di Padova. In un territorio rurale vasto come quello di Adaba, Dodola e Kokossa, i missionari incontrano quotidianamente donne sole, madri con più figli, persone analfabete o in condizioni di estrema vulnerabilità, spesso vittime di violenze o abbandono. Non esistono grandi strumenti di sostegno: l’unica possibilità concreta è aiutare le donne ad avviare una piccola attività che possa generare un reddito essenziale.
«Quando una donna riceve un aiuto concreto, anche minimo, può rimettere ordine nella propria vita» spiega don Stefano. Il progetto agisce in questo modo: ad alcune donne viene fornito un fornello e il teff (un cereale etiope) per produrre injera (un tipo di pane); ad altre una pecora da far crescere; ad altre ancora materiale di base per un piccolo commercio. È un sostegno mirato, calibrato sulle condizioni di ciascuna, perché ogni attività può funzionare solo se è alla portata della persona che la avvia.
Pur essendo iniziative diverse – una nata dalla sensibilità spontanea della comunità di Dodola, l’altra programmata e sostenuta dalla missione – in entrambe la speranza passa dalle donne. Donne che, con risorse minime, riescono a portare sollievo nel carcere; donne che, con strumenti semplici, ricostruiscono una vita dignitosa; donne che si aiutano tra loro, come possono, ogni giorno.
Carcere e villaggi sembrano mondi separati. Eppure, negli uni e negli altri, la stessa forza tiene insieme le cose: quella di chi non si arrende all’idea che nulla possa cambiare. Nelle celle di Dodola, la speranza nasce attorno a una tazza di caffè condivisa; ad Adaba, Dodola e Kokossa prende forma attorno a un forno per l’injera. «Quando una donna riceve la giusta attenzione, riceve anche la sua dignità. E questo la trasforma: diventa un motore trainante per la società».

Fuori dal carcere di Dodola, la speranza prende la forma concreta di un lavoro che riparte. Il progetto di promozione della donna, sostenuto dalla missione padovana con il contributo della “Quaresima di fraternità”, aiuta donne sole, anziane o con figli a carico a recuperare autonomia partendo da pochi strumenti essenziali. È ciò che racconta Ilaria Scocco, missionaria fidei donum rientrata in Diocesi nelle scorse settimane, che in questi anni ha conosciuto da vicino molte donne della Prefettura apostolica di Robe. Tra loro c’è Aberrash, ad Adaba, una delle storie più emblematiche. Originaria della regione Amhara, ha lasciato i figli al nord per cercare un futuro migliore. Dopo un breve passaggio a Shashamanne, è arrivata nella campagna di Adaba, dove ha vissuto quindici anni con un uomo che le dava vitto e alloggio ma nessuna autonomia: non poteva acquistare neppure il sapone. Hanno avuto un figlio, oggi quindicenne, che vive presso vicini e lavora a giornata quando non è a scuola. Un anno fa Aberrash è riuscita a separarsi, trovando ospitalità in un magazzino per il raccolto. La comunità cattolica l’ha aiutata con beni essenziali; poi il progetto le ha fornito il fornello, il coperchio, il carbone e il teff necessari per iniziare a produrre injera. Oggi vive in una piccola casa in affitto e mantiene se stessa e il figlio con il lavoro quotidiano. «Da quando ha iniziato non ha più chiesto aiuto, se non per i quaderni del figlio» osserva Ilaria Scocco.
A Kokossa, cittadina rurale poverissima, le storie non sono meno intense. Fantu, arrivata anni fa per aiutare uno zio e poi rimasta sposando un uomo del luogo, si è trovata spesso sola a sostenere quattro figli, anche a causa dell’alcolismo del marito. Grazie al progetto ha potuto acquistare del wot (uno stufato) da rivendere al mercato; con il guadagno ha comprato una pecora che ha partorito un agnellino, generando un primo reddito stabile. «Adesso ha molti meno pensieri» racconta il figlio maggiore.
La storia di Momina è più complessa. Dopo un divorzio e cinque figli da crescere, si è trasferita a Kokossa vivendo di lavori saltuari ed elemosina. Abita in una casa comunale di lamiera con i due figli più piccoli. Inserita nel progetto, ha ricevuto una pecora; una ong locale gliene ha donata un’altra. Entrambe hanno partorito e oggi Momina alleva un piccolo gregge che rappresenta per lei la prima fonte continuativa di sostentamento.
Haadha Burte, anziana, vive in una cucina-capanna all’interno di un cortile condiviso con due nipoti rimasti con lei dopo la partenza dei genitori. Anche lei ha ricevuto una pecora dal progetto e una dal Comune: gli agnellini nati stanno diventando un aiuto reale per la famiglia.
A Dodola, Burté ha attraversato anni durissimi. Il marito l’aveva lasciata e per molto tempo ha cresciuto da sola quattro figli, tra cui l’ultimo, nato con una grave disabilità e morto l’anno scorso, nel periodo di Pasqua. Prima sopravviveva con lavori a giornata, preparando injera o lavando vestiti nelle case, senza alcuna sicurezza economica. La missione aveva iniziato ad aiutarla con un pacco alimentare regolare, grazie a una fondazione spagnola, e dopo la morte del bambino è stata inserita nel progetto di promozione della donna. Ha ricevuto tutto il necessario per cucinare injera, dal fornello al teff, e ha potuto avviare una piccola produzione quotidiana. Ogni mattina prepara il pane tradizionale e lo vende a ristoranti o a persone del paese, riuscendo così a sostenersi con un reddito minimo ma stabile.
«La testimonianza credente possa essere nel mondo lievito di genuina speranza, annuncio di cieli nuovi e terra nuova, dove abitare nella giustizia e nella concordia tra i popoli, protesi verso il compimento della promessa del Signore». Sono parole di papa Francesco, contenute nella bolla di indizione del Giubileo ordinario 2025, che ha titolato Spes non confudit, la speranza non delude.
Con lo sguardo rivolto all’Anno santo che si chiude, ma soprattutto al “nuovo giorno” che verrà, abbiamo voluto aprire questo numero della Difesa – il numero di Natale – con alcune storie che danno un volto a chi si fa «lievito di genuina speranza». Raccontiamo delle donne dell’Etiopia, che si sostengono a vicenda; della Fraternità Evangelii Gaudium a Calone; della famiglia Vergati che ha aperto le braccia a Hui; di un Babbo Natale che porta gioia a piccoli e grandi; dei Medici in strada.
La vita di Emuye, a Dodola, è segnata dalla disabilità della sorella maggiore e dalla presenza di due figli piccoli di cui si prende cura da sola.
Le suore di Madre Teresa hanno sostenuto la famiglia negli anni scorsi e oggi la missione padovana continua quell’accompagna-mento, garantendo affitto, pacchi alimentari e il necessario per la scuola dei bambini. Inserita nel progetto di promozione della donna, Emuye ha ricevuto tutto ciò che serve per produrre injera, ottenendo un reddito minimo ma stabile.
«È molto contenta – racconta Ilaria Scocco – perché adesso riesce ad avere qualcosa da mangiare per lei, per i suoi figli e per sua sorella».