Idee
«Io sono stato in Brasile per la prima volta nel 1989 – ha spiegato in questi giorni al Sir-Servizio informazione religiosa Giancarlo Summa, analista politico e giornalista, oggi all’Alta Scuola di studi sociali di Parigi, già direttore della comunicazione delle Nazioni Unite in Brasile e cofondatore dell’Istituto Latinoamericano per il Multilateralismo (Ilam) di Rio de Janeiro – ma una mobilitazione come quella di questi giorni, con le piazze piene di gente, non l’avevo mai vista. Il modo in cui la vittoria di Lula si è materializzata è stato davvero sorprendente, per tutti. Ma il merito, in gran parte, è stato di questa grande mobilitazione popolare, da parte di molti giovani, di gruppi, di esponenti della società civile, che si sono molto attivati anche sui social network. Mi pare di poter dire che i meriti del Partito dei lavoratori (Pt),
il partito di Lula, sono secondari. Non è stata una vittoria di gruppi di potere, ma di un’ampia fetta di popolo che ha voluto difendere la democrazia».
L’analista commenta così i 4 milioni di voti, del tutto inattesi, con cui il vecchio presidente ha ottenuto per la quarta volta – nonostante la lunga querelle giudiziaria in cui è stato coinvolto – la fiducia dei brasiliani per guidare il Governo del gigante latinoamericano nei prossimi quattro anni.
Molto si è scritto sul ruolo dell’ormai famoso canale WhatsApp chiamato l’“Esercito di Lula”, che in tre settimane è passato da 50 mila a 11 milioni di iscritti, facendo la differenza nell’affluenza (oltre l’80 per cento) che ha premiato il leader del Partito dei lavoratori. Molto si è detto anche del “porta a porta” attraverso il quale la società brasiliana si è mobilitata in massa.
È stata una tornata elettorale storica, se non altro perché in Brasile, nessun candidato aveva vinto al ballottaggio dopo essere uscito sconfitto dal primo turno, e nessuno tre settimane fa poteva pensare una rimonta del genere per Lula. E tuttavia, dopo l’esito del voto, nel Paese rimangono molte scorie e il futuro rimane incerto. Non solo perché Lula, nonostante i numerosi anni al Governo, non è riuscito a creare un possibile successore (stiamo a vedere ora come evolverà il ruolo del “generale” di WhatsApp, André Janones, 42 anni, deputato del Pt, responsabile del canale del presidente), ma soprattutto perché il Parlamento oggi appare molto più di estrema destra di quanto non fosse quattro anni fa. La polarizzazione politica tra la sinistra moderata al potere e la “destra-destra” all’opposizione non permetterà che la tensione che si è respirata nella lunga campagna elettorale si dissipi in fretta.
«Una tensione davvero palpabile che mi ha lasciato completamente senza parole: la si poteva tagliare con il coltello» commenta mons. Lucio Nicoletto, prete padovano, da due anni vescovo di São Félix do Araguaia, nel bolsonarissimo Mato Grosso, lo stato brasiliano in cui l’agrobusiness abbatte la foresta amazzonica per piantare coltivazioni estensive di monocolture di soia e granaglie, creando un regime lavorativo di sfruttamento e sempre più centrato sul guadagno indiscriminato.
«Nel Mato Grosso il 66,06 per cento dei voti è andato a Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair – riprende mons. Nicoletto – È il frutto di anni di un’economia basata sul latifondismo, sull’esportazione e sul sistema lavorativo che ne deriva: la gente vive in un regime di sussistenza e non si accorge di quanto viene mantenuta sulla soglia della povertà e su un “fronte” lavorativo simile alla schiavitù. Anzi, chi attacca l’agrobusiness viene messo all’indice, perché i grandi latifondisti sono visti come gli unici “salvatori” che portano lavoro. L’agrobusiness ha finito per comprare le coscienze permettendo che la popolazione sviluppasse su ampia scala una specie di “sindrome di Stoccolma” (la risposta psicologica in cui una persona vittima di sequestro, abuso o violenza sviluppa un legame affettivo, di empatia o di solidarietà verso il proprio aggressore, ndr)».
In questo scenario l’elemento religioso ha giocato nuovamente un ruolo strategico; come da copioni già visti, la religione è utilizzata per rendere schiavi e non per liberare. Con tutta probabilità la Chiesa cattolica sta soffrendo molto a causa delle posizioni prese davanti a ogni tentativo di strumentalizzazione. «Come cristiani siamo chiamati a risvegliare la responsabilità della partecipazione alla vita politica. Una partecipazione che si fonda sulla promozione del bene comune, sulla giustizia sociale e sull’impegno per la città terrena alla luce del Vangelo e della Dottrina sociale della Chiesa. Non si tratta di parteggiare per una personalità o per un’altra, ma di riportare al centro la dignità della persona, esattamente come papa Leone XIV ha scritto in molti passaggi dell’enciclica Magnifica Humanitas. E per ottenere questo obiettivo è necessario riprendere la corresponsabilità della partecipazione da parte di tutti i battezzati, ognuno a partire dalla sua vocazione specifica, ma sempre mantenendo fisso il nostro sguardo su Cristo e sul mandato a noi affidato: costruire la città di Dio cominciando dalla valorizzazione della città dell’uomo».
È dunque urgente, per mons. Nicoletto, «riprendere in mano l’impegno di ripartire dalla nostra presenza accanto alla gente, riformulando e investendo sulle relazioni umane, sulla compassione verso tutta un’umanità che sente sempre più il peso della propria vulnerabilità, ma che non può lasciarsi “proteggere” da chi promette di vincere il male aggiungendo altro male e fomentando la logica della divisione e della violenza. In questo sarà fondamentale la rivalorizzazione dei movimenti sociali, che in passato, in molti casi, sono nati e cresciuti grazie alla coscientizzazione e alla formazione operata dalla Chiesa cattolica in seno alle piccole comunità ecclesiali di base avendo come punto di riferimento la Parola di Dio e la Dottrina Sociale della Chiesa».
Davanti alla minaccia continua e sempre più pressante di un capitalismo e liberalismo sfrenati, «ci deve fare sempre più compagnia la voce del cuore di Dio davanti alle sofferenze e alle ingiustizie del suo popolo schiavo in Egitto: “Ho udito il grido del mio popolo” (Es 3,7). Credo che sia proprio da queste parole che si deve ripartire come Chiesa brasiliana e come Chiesa cattolica in generale».
A prescindere dal nome del nuovo presidente, «la mia preoccupazione rimane quella di una società dove le persone oggi sono sempre meno protagoniste della loro storia e sempre più trattate da “pedine” (quando non si lasciano trattare “da pedine”) dentro ad uno scacchiere mondiale dominato da pochi. Occorre ritornare a educare al vero senso della politica come incarnazione nella realtà della gente, corresponsabilità nella costruzione di un progetto di società che abbia come obiettivo la vita in pienezza per tutti e la promozione di una cultura delle responsabilità che ogni essere umano ha davanti alla preoccupazione di tutti per il bene comune, superando così personalismi e obiettivi meramente egoisti».
Il voto in Brasile rappresenta uno stop all’allungarsi dell’ombra trumpiana sul continente. Non a caso il capo della Casa Bianca ha immediatamente gridato a presunti brogli elettorali: «La volontà di potenza degli Usa sull’America Latina è storia fin dagli anni Ottanta, al di là delle modalità con cui viene perseguita. Le stesse sette evangelico-pentecostali sono sempre state finanziate sul continente proprio per contrastare la Chiesa cattolica che invece rimane fedele agli ultimi e ai poveri e contraria a politiche imperialistiche. Dal Concilio Vaticano II in avanti la Chiesa che è in Brasile ha sempre messo in luce la forza socio-trasformatrice del Vangelo come conseguenza di quell’“andate” che, al termine di ogni liturgia, ci manda a vivere nella storia tutto quello che celebriamo nella fede per rimanere fedeli a Cristo e al suo progetto di salvezza».