Il cardinale Matteo Zuppi, accogliendo a Roma i portavoce delle Conferenze episcopali d'Europa, ha sintetizzato la sfida: «Se stiamo fuori non esistiamo, se corriamo dietro ai media è pericoloso». Come parlare la lingua franca del 2026 senza ricorrere a stereotipi e clickbaiting emotivo? L'ultimo libro di mons. Armando Matteo, La fortuna di essere irrilevanti, ricorda che non servono inseguimenti dei grandi numeri né complessi piani di marketing. Serve piuttosto il coraggio di proporre i temi che contano: la vita ha un senso, ciascun essere umano vale più dell'economia e della tecnologia.
«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?», si domandava Nanni Moretti in Ecce Bombo. La stessa domanda se la può porre la Chiesa – e dunque, tutti i cristiani – di fronte all’attuale panorama mediatico. «Abbiamo bisogno di una Chiesa che comunichi: se stiamo fuori non esistiamo, se corriamo dietro ai media è pericoloso». Con queste parole il cardinale Matteo Zuppi ha accolto, dal 5 al 7 maggio, i portavoce delle Conferenze episcopali d’Europa riuniti a Roma. Sembra di rileggere la lettera a Diogneto: i cristiani che vivono nel mondo, ma che non sono del mondo. E allora: come vivere nel mondo digitale senza essere del mondo digitale? Come parlare la lingua franca del 2026 senza ricorrere a semplificazioni, stereotipi, clickbaiting emotivo e contrapposizioni? Come sfruttare la viralità dei social senza diventarne schiavi? Come mettere a servizio del fantomatico “popolo del web” pastori e laici da dedicare al ministero dell’annuncio e della comunicazione accettando il rischio che la parasocialità e il protagonismo dei singoli trasformino le persone in personaggi, le particolarità nella loro parodia macchiettistica? L’ultimo libro di mons. Armando Matteo, La fortuna di essere irrilevanti. Trasformazioni strutturali di una Chiesa dalla quale nessuno o quasi si aspetta più nulla, in parte ci consola: non ci serve inseguire i grandi numeri, non dobbiamo angosciarci con complessi piani di marketing o starcene sulla difensiva con un catenaccio di altri tempi. In un dibattito non vince chi ha l’argomento migliore, ma chi sceglie il tema su cui si discute. Come cristiani dobbiamo tornare ad avere il coraggio di proporre i nostri temi, a partire dal più importante: che non siamo frutto del caso, che la vita ha un senso, che siamo amati, che ciascun essere umano conta più dell’economia, della tecnologia. Da qui deriva tutto: la pace, i diritti umani, la ricerca della felicità.