Idee
In settimana i leader europei si sono incontrati al castello di Alden Biesen, in Belgio, per un vertice informale su competitività e sfide globali dell’Unione. Nel dibattito è riecheggiato il monito federalista di Mario Draghi, pronunciato qualche giorno fa a Lovanio in occasione del conferimento della laurea honoris causa. In buona sostanza: se l’Europa delle regole e del mercato vuole salvarsi nel “nuovo mondo” di predatori deve cambiare dimensione istituzionale e diventare un’entità politica di tipo federale. «Non creiamo troppe aspettative per una riunione informale, a maggior ragione incentrata prevalentemente su temi economici. Fare gli Stati Uniti d’Europa subito, come vorrebbero in molti, è un obiettivo irrealistico», commenta Pier Virgilio Dastoli, conoscitore dei meccanismi comunitari, oggi presidente del Movimento federalista europeo e a lungo direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione.
Il vecchio equilibrio incentrato sulle relazioni transatlantiche è saltato: l’Unione Europea ha un disperato bisogno di un upgrade politico.
«Mario Draghi ha fatto ottime analisi come sempre. Più difficile è entrare nel dettaglio delle proposte, anche se al momento non è compito suo. Più in generale, non condivido l’idea di un federalismo pragmatico, quello di un’Europa à la carte, che coinvolge grandi temi come la difesa o questioni più specifiche come i microprocessori, senza un quadro chiaro di come procedere nell’integrazione».
La strada indicata da Mario Draghi, e da numerosi altri illustri europeisti prima di lui, è chiaramente quella di un’Europa federale.
«Certamente, ma è difficile farlo con questa maggioranza al Parlamento europeo e con questi governi nazionali. Con chi ci sta si costruisca adesso il consenso per arrivare agli Stati Uniti d’Europa nei prossimi 40 mesi, con l’obiettivo del 2029, la prossima legislatura. Partiamo dal bilancio europeo federale, da ampliare e potenziare con risorse proprie europee. Questa è una vera cartina di tornasole: come diceva Jacques Delors non si può andare avanti sempre mascherati».
E in questa legislatura?
«Dobbiamo mantenere la rotta sul Patto verde, sul Patto sociale per l’Europa e proseguire sulla politica migratoria comune, seguendo ciò che disse il premier spagnolo Pedro Sánchez al New York Times. Un’Europa dell’inclusione e non dei muri».
Draghi dice: dove l’Europa non ha proseguito nell’integrazione, nella difesa, nella politica industriale, negli affari esteri, «siamo trattati come un’assemblea sciolta di Stati di medie dimensioni».
«La difesa comune non dobbiamo farla aumentando le spese nazionali e nemmeno attingendo dall’attuale bilancio europeo. Si deve fare con risorse aggiuntive e comuni, come è stato fatto per il NextGeneration Eu. Una sorta di Schengen della difesa, portata avanti dai Paesi che ci stanno. Facendo partecipare anche chi non è membro dell’Unione, come la Gran Bretagna. È un modo per avere un’Europa a due velocità che resta unita e si avvicina all’Europa federale».
Chi vuole procede, chi si oppone perde un giro di integrazione.
«Ci stanno già provando i “Big 6”, Germania, Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Polonia, su competitività, difesa, sicurezza, autonomia. Il nuovo gruppo si è riunito su iniziativa dei ministri delle Finanze di Germania e Francia. Hanno però accantonato la Commissione, un grande errore a mio avviso, perché il ruolo di Bruxelles, in questo momento, va rafforzato e non indebolito».
Ai “Big 6” o alle grandi famiglie politiche europee? «Le quattro famiglie del Parlamento Europeo, Popolari, Socialisti, Liberali e Verdi, hanno in questa fase il pallino dell’iniziativa politica. I messaggi che arrivano dai governi nazionali sono ancora molto contraddittori».