Il comparto vitivinicolo continua a guidare l’agricoltura veneta, nonostante non siano pochi i fatti che remano contro, tra dazi e aumenti di costi, tensioni internazionali, cali dei consumi, nuove mode e concorrenza sempre più ampia.
A fare da traino per tutto il settore è sempre quello delle “bollicine venete”, ma anche la capacità dei produttori di affrontare il mercato e le sue nuove richieste. Al Vinitaly che si terrà a metà di aprile, a Verona, si farà il punto aggiornato: nel frattempo, Veneto Agricoltura ha tracciato il quadro dell’annata appena trascorsa.
Nel 2025 il vino veneto ha continuato a mostrare segnali di crescita strutturale sul fronte produttivo, export e valorizzazione delle denominazioni di qualità. I dati diffusi dall’Agenzia regionale per il settore primario mostrano un ulteriore aumento della superficie vitata di circa mille ettari, portando la superficie complessiva a 104.397. Il 75 per cento dei vigneti coltivato è a bacca bianca, in linea con le richieste del mercato odierno, che chiede vini più leggeri, freschi e fruttati. La varietà principale coltivata è naturalmente la Glera, l’uva alla base del “sistema Prosecco” (una Doc e due Docg) e del padovano Serprino, con circa 41 mila ettari; tra le uve a bacca nera primeggia a grande distanza la Corvina (6.887 ettari), l’uva principale del Valpolicella.
La vendemmia 2025 ha registrato una quantità complessiva di uva raccolta pari a 14,6 milioni di quintali, con un incremento del 6,8 per cento rispetto al 2024 e una crescita di quelle destinate a Doc e Docg, che con 11,4 milioni sono la grande maggioranza, e una stabilità per le Igt. Inferiore al milione di quintali le uve destinate a vino varietale (quello da tavola, per capirsi): un dato che conferma la forte vocazione del Veneto verso le produzioni certificate e a maggiore valore aggiunto.
Il vero pilastro del vino veneto è, però, l’export: la Regione si conferma la prima esportatrice di vino in Italia, con una quota di circa 38 per cento su un export nazionale che raggiunge i 5,74 miliardi di euro. Di nuovo, a crescere è in particolare il Prosecco, come quantità ma anche come valore, con gli Stati Uniti che continuano a rappresentare un mercato trainante nonostante lo spauracchio dei dazi. Quanto alle denominazioni venete di vino fermo, il 2025 ha mostrano anche per loro una lieve crescita di export.
«I dazi e le tensioni geopolitiche – ha affermato l’assessore regionale all’agricoltura, Dario Bond – si innestano su un cambiamento strutturale dei consumi che impone al settore di ripensare e diversificare le strategie produttive e commerciali. Fondamentali sono i consorzi di tutela che devono proteggere il prodotto non solo dalle contraffazioni e dagli abusi, ma anche e soprattutto nel suo valore e nella sua distribuzione lungo la filiera».
Lo spumante trevigiano è ormai noto in tutto il mondo, ma il Prosecco, Doc o Docg che sia, non è l’unica bollicina del territorio pedemontano: sono molti gli appassionati del vino rifermentato in bottiglia, ovvero quello cui in primavera viene aggiunto del mosto e che effettua la “presa di spuma” nella sua bottiglia. È un vino secco, frizzante (non spumante perché non ha le atmosfere di pressione per potersi definire tale), velato dalla presenza dei lieviti depositati sul fondo. È il classico “vino col fondo”. Dalla vendemmia 2019 un gruppo di 21 produttori trevigiani della Pedemontana tra Asolo e Vittorio Veneto ha dato vita a un progetto e a un marchio, il “Colfondo agricolo”, che intende rinverdire la tradizione di questo vino. Il “collettivo” si è dato non solo la missione di creare un prodotto “vero e sincero”, ma anche alcune regole da rispettare. Regole che tendono a riscoprire l’autentico valore di questo vino, senza badare troppo a quanto richiede il mercato. Per esempio, il tappo a corona è una scelta non casuale per permettere l’evoluzione del vino, il quale non può essere messo in commercio fino all’anno successivo a quello di imbottigliamento, che avviene tra marzo e giugno. Inoltre ci sono una commissione di assaggio e anche una fascetta, da non confondere con quella di legge, che ha un colore diverso per ogni annata e che riporta la dicitura “Colfondo agricolo”, oltre al nome del produttore e all’annata (o millesimo) di riferimento.
Il Colfondo agricolo utilizza uve autoctone, Glera per un minimo del 70 per cento e poi vitigni storici come Perera, Verdiso, Bianchetta, Boschera, Rabbiosa. Attenzione a non chiamarlo Prosecco, anche se sia la Doc che le Docg hanno versioni simili che riportano la dicitura obbligatoria “rifermentato in bottiglia”. Le informazioni e l’elenco dei produttori aderenti al progetto si possono trovare sul sito www.colfondoagricolo.it