Dal 24 aprile la mostra dedicata a don Domenico Leonati, al suo tempo e alla sua opera, curata da Emanuela Centis, è aperta all’interno del patronato di Ponte di Brenta (si accede da Piazza Barbato).
Cosa volete raccontare e rappresentare con la mostra? «La mostra “Un abbraccio che fa storia. Presenza e attività di don Domenico Leonati” ha l’intenzione di raccontare di un uomo che come sacerdote ha inciso in modo profondo e positivo su questo territorio. L’obiettivo quindi è far sapere chi è questo uomo di cui – al di là di un poco di memoria diffusa – non conoscevamo quasi nulla e che invece è stata una presenza significativa nella storia di Ponte di Brenta e di tutta la realtà della chiesa padovana. Una figura di circa 250 anni fa che però ha segnato in modo importante anche il nostro presente. Quindi ci siamo mossi per raccontare un pezzo di passato che – come dice il titolo – può illuminare anche il nostro presente».
Cosa troverà chi entrerà in patronato?«Si troverà all’interno di una narrazione. L’idea che abbiamo seguito per la progettazione e l’allestimento è quella di sviluppare un percorso che è un racconto. E i capitoli di questo racconto riguardano la persona don Domenico, il contesto in cui la sua vita si è collocata, il mondo storico e culturale in cui lui si è mosso, con la sua personalità e le sue realizzazioni. E tutto questo porta il visitatore anche a comprendere il suo tempo, il secolo XVIII, le condizioni sociali delle persone che vivevano a Padova ed a Ponte di Brenta. E il tutto avviene anche mostrando oggetti materiali della vita quotidiana di Leonati».
Lei parla di oggetti materiali: può farci qualche esempio? «Abbiamo raccolto oggetti liturgici, il suo messale, il calice ed il breviario ed altri strumenti del suo ministero presbiteriale. Ma forse la cosa più bella – almeno per me – è stato poter accedere ai libri della biblioteca, ai volumi che don Domenico leggeva prima di dormire e che teneva sul comodino: sono le cose più intime e personali, conservate nella biblioteca della casa generalizia delle suore Salesie che ringraziamo perché ce li hanno voluti prestare per questa occasione».
Cosa ci può anticipare del “percorso della mostra”? «Il visitatore può seguire il percorso in diversi modi, a seconda del tempo e della voglia di approfondire. Prima di tutto c’è da dire che il percorso è sviluppato con pannelli, testi, video e teche con i materiali e gli oggetti citati. Il cammino di chi entra si snoda attraverso una lettura guidata per titoli, sottotitoli e brevi testi, con tre video che illustrano il senso complessivo della mostra, lo stato attuale del percorso di beatificazione di don Leonati e – per ultimo – le testimonianze delle suore Salesie a Padova e nel mondo. Così ci immaginiamo che la persona più attenta o che semplicemente ha più tempo possa approfondire nella sua completezza la figura di questo parroco anche con riflessioni di carattere storico, sociale e teologico. Il tutto dovrebbe aiutare a farsi un’immagine vivida di un sacerdote che ha avuto nel suo tempo una lungimiranza e un coraggio non comuni».
Quali sono gli stimoli più vivi che potrebbero accompagnare all’uscita dalla mostra? «Credo che l’uscita da questo percorso possa essere accompagnata dalla considerazione che i problemi e le complessità che ha riscontrato don Domenico sono gli stessi che incontriamo oggi. Non siamo nel 1760 e quindi ci sono ovvie differenze con il tempo presente, dove viviamo di connessioni e di ansia da successo, ma tante problematiche umane rimangono immutate: povertà, solitudine, bisogno sociale di educazione, necessità di trovare un sostegno umano e religioso per la propria esistenza. In fin dei conti Leonati ha soprattutto lavorato per creare una comunità di persone e di credenti: penso che ognuno di noi oggi viva lo stesso tipo di bisogno».