Ancora una volta proponiamo ai nostri lettori una riflessione sulla politica internazionale; l’abbiamo già fatto nei precedenti mesi.
Rimane in noi profondamente ancorata la convinzione che le sorti del mondo che abiteranno i nostri figli saranno decise sullo scenario internazionale tra il 2026 e il 2028: quest’anno, con le elezioni di midterm del prossimo novembre, e nel 2028 con le presidenziali americane. Sono gli Usa i principali responsabili dell’attuale deriva autoritaria e confidiamo che siano gli elettori americani a ristabilire un orizzonte democratico. Insistiamo ancora nella riflessione intorno alla politica estera per ribadire che solo un maturo e consapevole progetto su un nuovo mondo potrà alimentare lo stesso agire territoriale e nazionale. Mai disancorando gli avvenimenti dal contesto, mai perdendo di vista l’insieme del quadro anche quando si va ad agire nel dettaglio.
Abbiamo alle spalle il 2025: un anno orribile per la politica internazionale, un anno che ci ha ricondotto indietro di un secolo riportandoci nel Novecento, dove la prevaricazione è diventata regola, la visione imperiale è la nuova veste della geopolitica dei potenti. Abbiamo assistito al ritorno della minaccia dell’uso delle armi nucleari evocata dall’ex presidente della Russia Medvedev, abbiamo visto come il tradimento della democrazia da parte di Netanyahu e Trump abbiano portato a chiamare pace un deserto di macerie e lo sterminio di oltre 70 mila palestinesi, abbiamo assistito attoniti al prezzo inaccettabile della barbarie della furia militare contro i bambini a Gaza e al rapimento di oltre 20 mila minori in Ucraina da parte dei russi, a riprova che sono sempre i più deboli a pagare il prezzo più salato in tutte le guerre. Solo il ricordo dell’attentato alle Torri Gemelle di New York del 2001 può riportarci a tragici eventi di simile portata.
La turbolenza economica indotta dai dazi trumpiani (con prevedibili effetti sull’inflazione interna negli Usa) e le perturbazioni finanziarie nei mercati finanziari erano previsioni che fino a ora non si sono avverate; al contrario, siamo pienamente immersi nell’inquietante contrapposizione tra stabilità economica e imponderabilità geopolitica. Ma dietro questa apparente stabilità si sta formando un mondo più frammentato e soprattutto più conflittuale; un mondo dove anche il commercio internazionale torna a essere uno strumento di potere, dove i dazi servono a rideterminare i rapporti tra alleati e rivali. Il cui effetto, quindi, non sarà tanto quello atteso sul Pil americano, quanto quello di ridisegnare l’assetto geopolitico mondiale smantellando quel poco che oggi rimane delle regole internazionali.
È un 2026 che si apre all’insegna della prevaricazione: sebbene Nicolas Maduro sia un dittatore illegittimo e sanguinario, che ha capovolto con la forza l’esito delle elezioni e che ha riempito le prigioni di oppositori politici, l’attacco statunitense per rovesciarlo rappresenta una grave e palese violazione del diritto internazionale. Il cambio di regime attraverso un’operazione militare esterna rappresenta la profanazione delle norme più elementari di sovranità e indipendenza su cui si basa la sicurezza mondiale; anche perché la legittimazione di Trump alla vice presidente di Maduro Delcy Rodriguez – che ha le medesime responsabilità del criminale presidente – rende evidente il vero disegno degli Usa: impossessarsi dei ricchissimi giacimenti di petrolio, camuffando l’aggressione dietro al contrasto alla droga legittimata dalla cacciata del dittatore. Non c’è una rilevante differenza tra la smania di potere di Maduro e l’ostentazione di potenza di Trump, che anzi condividono la stessa ideologia di fondo: esercitare la propria forza senza freni.
Ancora una volta è l’agire di Trump che dà a Putin il pretesto per continuare la guerra in Ucraina per farne uno stato vassallo della Russia. Se la nuova strategia degli Usa diviene quella di fare dell’intero continente americano il proprio “giardino di casa”, allora la Russia si sentirà a sua volta autorizzata a costruire il proprio con pretese di sottomissione sulla Georgia, sulla Moldavia e forse anche sui Paesi Baltici; una visione del mondo che presto consentirà a Xi Jinping di impossessarsi di Taiwan.
Ma ciò che sconvolge è il messaggio inequivocabile che ormai segue ogni prevaricazione: la violazione delle regole non ha costi se effettuata da una grande potenza. In un mondo governato da tali logiche, le organizzazioni internazionali non hanno la forza di far rispettare quelle regole di convivenza che fino a pochi anni fa erano considerate un patrimonio universale. Sono le stesse dichiarazioni di Trump, peraltro, a chiarire che il presidente degli Usa non ha alcun bisogno del diritto internazionale e che l’unico limite ai suoi poteri sta nella sua morale personale e nel suo giudizio. È la definitiva archiviazione della (seppur difficile) convivenza nel multilateralismo che sta spianando la strada al ritorno della politica di potenza, al riemergere della teoria delle sfere di influenza.
E l’Europa, di fronte all’aggressione venezuelana – che sarebbe stata considerata impensabile fino a pochi anni fa – ha dimostrato tutta la propria irrilevanza, sovrastata dalle contrastanti affermazioni dei leader nazionali. Così l’Unione Europea entra nel 2026 in una condizione di vulnerabilità non tanto economica, ma politica. Per l’intero 2025 Bruxelles ha considerato le tensioni con gli USA questioni transitorie; oggi si rende conto che sono invece strutturali e le cui maggiori conseguenze non riguarderanno le economie del mondo, ma la demolizione dell’ordine internazionale: va dunque sconfitta ogni visione riduzionistica che ci presenta gli avvenimenti che stanno accadendo intorno a noi come una fase transitoria tipica dell’alternarsi di diversi partiti nei governi nazionali. Insomma, secondo questa concezione, saremmo dentro uno scenario di normale alternanza, mentre sono in discussione le libertà fondamentali. Quasi come non fosse mai avvenuto l’assalto a Capital Hill del 6 gennaio 2021, un tentativo di colpo di Stato, per sovvertire il voto popolare.
Ogni democrazia non vive con le sole proprie forze, ha bisogno di una cornice internazionale che bandisca la forza come ordinario strumento di soluzione delle controversie, che si fondi sul dialogo, che abbia nella diplomazia la propria autorità. Oggi tutto questo è insidiato non solo dall’ideologia Maga che cerca di egemonizzare gli Usa – e che viene abbondantemente esportata in Europa a favore delle formazioni populiste e nazionaliste – ma anche dalla preoccupante alleanza tra imperi economici che controllano una rilevante fetta della comunicazione e potere politico.
Dal punto di vista economico il 2026 si prospetta per l’Europa come un anno di chiarimento, nel corso del quale dovrà decidere se restare un grande mercato regolato o diventare un vero attore economico, capace di un proprio progetto politico, prendendo finalmente coscienza che la frammentazione tra stati di cui soffre strutturalmente può soltanto portare al declino. È urgente che prendiamo pienamente coscienza che se dovesse prevalere nel nuovo ordine mondiale la politica di potenza sarebbe la fine anche della nostra democrazia, perché dopo l’Ucraina, Gaza, il Venezuela ci sarebbero Taiwan, la Groenlandia, la Colombia (e chissà quant’altro) e le mire di Trump giustificherebbero le pretese di Putin in Europa nel dar vita a un disegno imperialista di riconquista dei confini dell’Europa dell’Est che fu sovietica.
Come ha ricordato il nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ci troviamo di fronte a due simmetriche volontà: quella di Trump – resa definitivamente chiara nel documento National security strategy Usa – e quella di Putin, entrambe volte a indebolire l’Europa presentandola come una organizzazione oppressiva che nega la libertà, che non vuole la pace in Ucraina anziché, come la storia attesta, una esperienza storica di successo che con la democrazia e la salvaguardia dei diritti ha saputo garantire quella pace che oggi è stata calpestata dalla guerra d’invasione perpetrata dalla Russia.
È proprio quell’Europa che, avendo conosciuto nel secolo scorso l’abisso di due guerre che non hanno precedenti nella storia dell’umanità, oggi difende i confini della democrazia, protegge i Paesi aggrediti, contrasta le politiche di potenza, combatte per una pace giusta in Ucraina e contrasta ogni tentativo di capitolazione pretesa dalla Russia.
È l’Europa l’ultimo baluardo del diritto internazionale che – pur con tutti i limiti che ci sono stati in questi ultimi vent’anni – resta la più elevata disciplina della storia mondiale degli ultimi duemila anni.
In questo contesto si sono fatti sempre più stretti i margini per il governo italiano, che finora ha mantenuto una certa equidistanza fra Trump e l’Europa, un misto di ipocrisia e adulazione. Se dopo il blitz Usa in Venezuela con l’arresto di Maduro la nostra presidente del Consiglio ha definito l’azione americana «legittima e difensiva», nel giro di poche ore ha dovuto correggere il tiro non appena la stessa Casa Bianca ha rilanciato le proprie pretese sulla Groenlandia: sarebbe stato evidentemente contradditorio dover mantenere la stessa posizione su una questione insostenibile nel contesto europeo. Per Giorgia Meloni, gli equilibrismi del 2025 saranno molto più difficili da sostenere nel nuovo anno.