L’eco del primo maggio è ormai spenta, e con lei le tante parole spese per ricordare l’importanza del lavoro, non a caso citato nel primo articolo della nostra Costituzione.
Ma a noi delle Acli, che da ottant’anni abbiamo eretto il lavoro a fondamento della nostra vita associativa, le tradizionali e nuove giaculatorie non bastano più: vogliamo prima di tutto sottolineare che non basta esibire la statistica di quanto sia cresciuta l’occupazione nel Veneto in questi ultimi anni, se il mercato del lavoro rimane immutato nella sua conformazione. Pochi i tutelati e una stragrande maggioranza che entra ed esce, senza salari adeguati senza progressione di carriera, senza le necessarie competenze. In queste condizioni le conseguenze dell’inflazione, fenomeno purtroppo ricorrente in questi tempi, gravano sui lavoratori e in particolare su quelli a reddito più basso, senza strumenti reali per poterla recuperare: rinunciare ad agire significa accettare che ad ogni choc inflazionistico si produca una nuova generazione di lavoratori poveri.
In alcuni Paesi gran parte del recupero salariale avviene attraverso la contrattazione aziendale; in Italia, a causa delle caratteristiche del nostro sistema imprenditoriale – fortemente dimensionato sulle piccole e piccolissime imprese – ciò non avviene, anche in conseguenza di una insufficiente iniziativa sindacale. Da noi la contrattazione decentrata coinvolge solo il 30 per cento dei lavoratori dipendenti, premiando chi solitamente ha già condizioni retributive più favorevoli. Si evoca inoltre il miglioramento della contrattazione nazionale per far fronte con maggior efficacia alla crescita dei salari, senza tuttavia provvedere a regolamentare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali. C’è quindi un deficit nella contrattazione che non ha saputo dare risposte adeguate.
Ma più nel dettaglio, ciò che emerge non è tanto l’inadeguatezza dei contratti in tempi ordinari, quanto l’incapacità di dare risposta agli choc inflazionistici generati dalle crisi globali. Lo si è visto nell’insufficiente risposta al picco inflattivo del post-Covid e si incomincia a intravedere anche nel prevedibile pericolo inflattivo conseguente al rincaro energetico dovuto al blocco di Hormuz. Questa insufficienza è poi aggravata dalla pratica ormai consolidata di ritardare i rinnovi contrattuali che ha generato condizioni di crescente divario tra aumento del costo della vita e recupero salariale; il contratto dei metalmeccanici risulta essere uno dei pochi che, con l’aumento negoziato e soprattutto per il limitato tempo di vacanza contrattuale, è riuscito a tutelare i salari dall’inflazione. C’è insomma nel modello italiano un problema strutturale di funzionamento: finché la contrattazione continuerà ad agire con ritardo non ci potranno essere le condizioni per il recupero dell’inflazione, che anzi si accumula.
Intervenire per legge sul salario minimo è una strada che il Governo ha escluso, con motivazioni che possono anche essere considerate fondate. Ma escluso l’intervento pubblico, con quale altro strumento si ritiene di fronteggiare questa piaga che ci pone tra gli ultimi posti in Europa nella retribuzione del lavoro? I giudici di Milano, nell’ambito del delivery, stanno occupando uno spazio lasciato vuoto con interventi di regolamentazione delle retribuzioni che non spetterebbero alla magistratura, supplendo in modo strumentale alle carenze di un sistema che non sa garantire una “giusta retribuzione”.
Dopo ormai alcuni anni di dibattito, siamo ancora al punto di partenza. Il nuovo decreto del Governo torna a scommettere sulla contrattazione senza che siano cambiate le condizioni strutturali, intervenendo laddove la responsabilità del crescente divario tra inflazione reale e recupero salariale sia conseguente al ritardo dei rinnovi contrattuali. Ma, così facendo, il Governo cerca di metter ordine in casa d’altri senza fare altrettanto in casa propria, visto che il contratto dell’istruzione 2022-24 è stato firmato a dicembre del 2025 e quello della sanità, con medesima periodizzazione, è stato firmato nell’ottobre 2025.
Guardando nel merito del decreto “Primo maggio” si possono riscontrare alcune cose positive: finalmente c’è una proposta normativa sulla giusta retribuzione dopo tante, spesso strampalate, prese di distanza dal salario minimo e positiva è anche la clausola antinflazione con la previsione che, scaduto un anno di vacanza contrattuale, scatti automaticamente un adeguamento pari al 30 per cento dell’inflazione.
Ma il passo più significativo appare essere un altro. Sembra definitivamente tramontato il vecchio mito della disintermediazione portato avanti dalla componente leghista del Ministero del Lavoro per porre fine al monopolio sindacale e confindustriale della rappresentanza. D’altra parte, portare avanti una norma di contrasto verso i contratti pirata, che determinano una parte rilevante della povertà lavorativa, non poteva che imporre il prezzo del riconoscimento del ruolo delle grandi organizzazioni più rappresentative.
Restano comunque non poche perplessità nel constatare ciò che manca in questo decreto. Se è giusto pretendere che le imprese si assumano il costo dell’aumento dell’inflazione in assenza del rinnovo contrattuale, non si capisce perché non si debba censurare il totale silenzio nei confronti del fiscal drag, cioè il maggiore gettito che lo Stato acquisisce in conseguenza all’aumento delle retribuzioni che dovrebbe riallineare i salari al costo della vita.
Tra il 2014 e il 2024 il fiscal drag ha sottratto dalle buste paga mediamente 128 euro al mese. Risulta inoltre decisamente grave che dal decreto siano completamente sparite le risorse previste per la formazione quando resta l’investimento pubblico più rilevante da fare, visto che aumentare l’occupazione è importante, ma specializzare le competenze di fronte alle sfide del rapido avanzare dell’intelligenza artificiale è di vitale importanza per il nostro futuro.
Sarebbe tuttavia fuorviante affrontare il tema del lavoro in termini meramente contrattuali, tralasciando la questione principale: la nostra incapacità di competere sulla qualità del lavoro. Il Veneto non sta creando abbastanza lavoro qualificato, oltre a non pagare abbastanza per trattenere i nostri giovani. Squilibrio che si manifesta anche nei flussi lavorativi interregionali dove gli ingegneri padovani si trovano di frequente in Emilia-Romagna e numerose sono le migrazioni lavorative verso la Lombardia, senza parlare dei trasferimenti verso l’estero.
Manca del tutto questa attenzione in quanti parlano solo di stabilità, perché se anche i posti di lavoro si stabilizzano, in mancanza di salari adeguati e produttività crescente, rimane solo una permanente stagnazione. E perché senza una seria agenda politica concentrata sull’innovazione, la crescita delle competenze e gli investimenti tecnologici, sotto la veste della stabilità si nasconde il declino. La quantità del lavoro non basta a descrivere la realtà: i salari sono tra i più bassi dell’Unione Europea, la produttività ristagna, la qualità dei contratti collettivi è modesta e la mobilità sociale bloccata. Così, sotto la superficie di un Paese che “lavora”, affiora l’immagine di un Paese che non cresce più economicamente e demograficamente. Un Paese proiettato verso il prevalere della rendita.
Anche il calo della propensione all’imprenditorialità, da sempre uno dei tratti distintivi del nostro Veneto è un forte segnale di sfiducia nel futuro. Sono lontani i tempi in cui la nostra Regione era invidiata da molti per essere un laboratorio di crescita di nuove imprese. Oggi di fronte alle tante sfide commerciali e tecnologiche, molti imprenditori preferiscono vendere piuttosto che riorganizzare l’attività. Ne consegue un’ormai evidente tendenza all’aumento del risparmio a scapito degli investimenti. Così la crescente ricchezza privata non sta più aiutando la crescita, ma alimenta la rendita finanziaria. È un cortocircuito tra i tagli agli investimenti e l’enorme esigenza di innovazione che l’economia reale richiederebbe.
Non c’è quindi da sorprenderci che il mercato immobiliare stia crescendo nei valori nonostante una quota significativa di patrimonio resti inutilizzata, proprio perché aumenta comunque il proprio valore. Si tende semmai a destinare ad affitti brevi una fetta via via crescente di questa ricchezza specialmente nelle grandi e medie città che possono garantire redditi ben superiori a quelli rinvenienti da un contratto di lavoro. La casa non è più un bene d’uso, ma si sta trasformando in un asset finanziario rendendo enormemente difficile l’abitare delle famiglie, la mobilità lavorativa e lo studio all’università dei fuori sede. È anche questo strisciante mutamento dell’economia ad alimentare l’aumento delle diseguaglianze che non trova giustificazione nelle sole disparità lavorative, ma che anzi è sospinto dal radicale mutamento che sta subendo il nostro sistema sociale. In questo contesto anche il welfare è progressivamente diventato una misura passiva (non a caso è ricorrente in ogni intervento la terminologia del “bonus”), perdendo ogni funzione abilitante. L’impronta vera di una nuova politica economica passa principalmente dall’abbandonare, finché si è ancora in tempo, questa deriva della rendita che fa aumentare ingiustizie e disuguaglianze.