La provincia di Padova sta cambiando pelle: lo rileva la ricerca sui dati anonimi raccolti dal servizio di assistenza fiscale delle Acli riferiti ai redditi percepiti nel 2024. Uno degli indicatori più significativi di questo cambiamento riguarda l’abitare. Le generazioni passate hanno potuto raggiungere la proprietà della casa in misura considerevole pari al 75 per cento dei residenti. Oggi la rilevazione dell’Iref (Istituto di ricerca delle Acli) ci dice che il 51 per cento dei lavoratori dipendenti dichiara di non poter far fronte all’impegno economico per acquistare una propria abitazione.
Se non fosse un impedimento economico a ostacolare la proprietà della casa, si potrebbe ritenere che si stia affermando una nuova propensione all’abitare – più attenta alla mobilità geografica, alla carriera professionale e a forme di vita aperte al mondo: ma i dati smentiscono questa interpretazione. E di nuovo la nostra ricerca, stilata su un campione di oltre 30 mila denunce dei redditi, afferma che lo stipendio di chi vive in affitto è il 23 per cento inferiore rispetto a quello di chi vive in una casa di proprietà. Insomma, a Padova si è in affitto a causa di un insufficiente reddito da lavoro dipendente.
Padova, una tra le principali sedi universitarie del Nord Italia, ospita migliaia di studenti fuori sede che, in mancanza di serie politiche abitative, hanno concorso a dare una forte impronta speculativa a tutto il mercato degli affitti. Una sola camera arriva a costare anche 500 euro al mese e un posto in convivenza 300; con un costo medio a fine 2025 di 14 euro di affitto al mese per metro quadrato. Valori più elevati si registrano nel centro storico, al Portello, in Prato della Valle e all’Arcella, zone preferite dagli studenti per la vicinanza ai dipartimenti universitari. Calcolato il costo degli alimentari al supermercato, dei trasporti, delle utenze domestiche, di internet e di qualche sporadica attività ricreativa o culturale, per vivere a Padova servono dai 750 ai mille euro al mese per uno studente che si sa adattare. Dopo Venezia, ineguagliabile città per arte e paesaggio, il costo dell’abitare vede Padova immediatamente seconda, lasciando indietro le altre città venete. Come se ciò non bastasse, da alcuni anni, col rafforzarsi dell’attrattività turistica in città, ha cominciato a prendere piede l’uso degli affitti brevi turistici, decisamente più remunerativi, ma che hanno contribuito ad aggravare lo squilibrio del mercato.
Quel che non fa il mercato degli affitti lo fa la rendita, e così scopriamo che nel Comune di Padova ci sono circa 16 mila abitazioni sfitte (il 10 per cento dell’intero patrimonio abitativo) che possono tranquillamente non generare reddito perché comunque generano valore, visto la crescita dei prezzi degli alloggi – ancorché diversamente distribuita nei diversi quartieri – che ne garantisce l’incremento del valore anche se non utilizzati.
E mentre la dinamica dell’abitare assume questi connotati, la dinamica delle retribuzioni del lavoro dipendente privato ci fornisce dati di particolare allarme. Il fenomeno del lavoro povero è in crescita, sono circa l’8 per cento i lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 726 euro netti al mese. Nonostante ci sia una disoccupazione molto bassa (al di sotto del 3 per cento), il 20 per cento dei lavoratori dipendenti percepisce un reddito netto annuo che non supera i 10 mila euro. Per molti quindi il lavoro non è più condizione di superamento della povertà e diventa origine di vera indigenza per le famiglie monoreddito o per quelle con due figli in cui lavorano entrambi i genitori. La povertà relativa riguarda in regione circa 500 mila veneti, evidenziando la contradittoria condizione dove alta occupazione e lavoro povero convivono.
Quasi due lavoratori su tre che nel 2020 erano nel gradino più basso della scala dei redditi dopo cinque anni si trovano ancora lì. Si tratta di redditi che non sono nominalmente scesi ma che sono stati erosi per effetto dell’inflazione. Si tratta molto spesso di lavoratori con contratto a tempo indeterminato, che non hanno variato posto di lavoro o contratto di riferimento, e che in alcuni casi si collocano nel cosiddetto ceto medio.
Questo vuol dire che la precarietà lavorativa e quella abitativa non sono questioni separabili. A chi non è in possesso di un contratto stabile è quasi precluso l’accesso a un mutuo per l’acquisto dell’abitazione. Non cambia la difficoltà anche per accedere al mercato degli affitti. Quanti sono in condizione di precarietà si trovano quindi intrappolati con ben poche possibilità di migliorare la propria condizione.
L’abitazione è pertanto la precondizione per raggiungere la stabilità e la possibilità di progettare il futuro, di creare una famiglia, di migliorare la condizione lavorativa, di pensare ad avere figli. Questi ultimi spesso saranno esposti al rischio della povertà educativa, della difficoltà di accesso all’istruzione superiore e perciò imprigionati in basse competenze professionali e ingabbiati in un totale immobilismo sociale, destinati a replicare le modeste condizioni di vita dei genitori. Una povertà che si eredita e si tramanda.
Sono tutti dati che non descrivono un’emergenza temporanea, ma l’insorgere di una vera e propria struttura di diseguaglianza che si replica di generazione in generazione. Originata dalla condizione di povertà lavorativa, si estende nel tempo e pregiudica la sfera dell’abitare, della vita familiare, della genitorialità e dell’educazione dei figli. Se il lavoro regola la situazione sociale, è soprattutto la condizione sfavorevole di partenza che tende a perpetuarsi in una sorta di trappola che condiziona la qualità della vita presente e futura. Se confrontiamo questa realtà padovana con la soglia di bassa retribuzione che l’Istat pone a 8,9 euro nette l’ora, ne deriva l’emergere di una fetta consistente di popolazione lavorativa che si colloca sulla soglia di povertà e che si trova permanentemente esposta al rischio che eventi imprevisti o crisi ricorrenti possano trascinarla in una condizione di impoverimento.
Di fronte a tutto ciò ci vogliono politiche strutturali, non serve sbandierare l’aumento occupazionale o l’incremento dei contratti a tempo indeterminato. Occorre una vera riforma della casa che superi la logica dei bonus o dell’incentivo fiscale, serve riprendere l’edilizia sociale che in questo Paese da cinquant’anni non si fa, servono affitti accessibili per i giovani a supporto della mobilità lavorativa.
Il Governo ha recentemente approvato un piano casa annunciando per il prossimo decennio un intervento per fronteggiare l’emergenza abitativa. Gli obiettivi sono rivolti al recupero di 60 mila alloggi popolari da parte delle Aziende Territoriali di Edilizia Residenziale e di 100 mila nuove abitazioni residenziali a prezzo calmierato: un piano rilevante, che dovrebbe creare condizioni di migliore accesso all’abitazione per i ceti meno abbienti. Ma se mancherà una adeguata attenzione all’housing sociale e non si andrà a riqualificare il patrimonio abitativo esistente, il rischio sempre in agguato è che per l’ennesima volta si faccia una cementificazione selvaggia col tanto costruire e poco abitare.