In Veneto non c’è mai stata una grande stagione di case popolari. E oggi si vede. Mentre a Padova, Verona e Venezia l’affitto è cresciuto del 38 per cento in cinque anni, ci sono 8.800 alloggi di edilizia pubblica vuoti perché da ristrutturare. In mezzo, una nuova domanda che non trova risposta: l’infermiera che non può vivere a Feltre perché non trova casa, il separato con mille euro al mese, l’anziana sola che ha troppo reddito per la casa popolare ma troppo poco per il mercato.
Per questo, in assenza di un piano nazionale, la Regione nel 2026 ha mosso due pedine: il piano “Generazione Casa” da 50 milioni per recuperare gli sfitti e la proposta di legge 106 sull’housing sociale, che dice una cosa semplice: gli alloggi sociali si fanno attivando capitali privati e risorse del Terzo Settore accanto a quelle pubbliche. Non sostituisce l’edilizia pubblica, la integra.
E intanto, dal basso, i Comuni hanno già inventato la soluzione, quasi sempre con i fondi europei e con il Terzo Settore come gestore.
Ecco i cinque casi dove ha funzionato meglio.
Cosa ci insegnano queste storie
Quattro cose ritornano in tutte queste cinque storie. Primo: la proprietà resta pubblica, la gestione va al Terzo Settore. È l’unico modo per far tornare in uso gli 8.800 sfitti. Secondo: la chiave da sola non basta, serve un accompagnamento leggero ma continuo, un educatore che bussa una volta a settimana. Terzo: il mix sociale funziona. Far convivere persone diverse fa risparmiare e toglie etichette. Quarto: serve un fondo di garanzia per i proprietari privati, come fa l’agenzia “Padova per Abitarci”: se metti il tuo appartamento sfitto a canone concordato, ti tutelo da morosità e burocrazia.
Anche se rimangono le criticità
Ogni Comune fa a modo suo perché mancano linee guida regionali. Molti progetti vivono di bandi di un anno e non di convenzioni triennali. E il 5×1000 non basta per ristrutturare un tetto. È per questo che tra le proposte che il Terzo Settore potrebbe avanzare ce ne sono tre di semplici: un elenco pubblico di tutti gli immobili pubblici inutilizzati da dare in comodato d’uso gratuito al Terzo Settore, un Fondo Regionale che paghi non i muri ma l’accompagnamento sociale – la parte che nessuno finanzia – e l’obbligo per gli Ambiti Sociali Territoriali in fase di lancio di programmare insieme casa e welfare.
In Veneto l’housing sociale migliore non è quello che si costruisce da zero. È quello che prende una canonica vuota, un alloggio Ater chiuso, una villa abbandonata e ci rimette dentro persone, lavoro e relazioni. Costa un terzo di una Rsa e non produce posti letto, produce autonomia.