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L'Aclista padovano | L’Aclista padovano #11 2026

giovedì 15 Ottobre 2026

Casa, nessuna certezza. Ma ci sono casi virtuosi

Terzo Settore, Comuni e privati stanno scrivendo una storia nuova
Paolo Alfier

In Veneto non c’è mai stata una grande stagione di case popolari. E oggi si vede. Mentre a Padova, Verona e Venezia l’affitto è cresciuto del 38 per cento in cinque anni, ci sono 8.800 alloggi di edilizia pubblica vuoti perché da ristrutturare. In mezzo, una nuova domanda che non trova risposta: l’infermiera che non può vivere a Feltre perché non trova casa, il separato con mille euro al mese, l’anziana sola che ha troppo reddito per la casa popolare ma troppo poco per il mercato.
Per questo, in assenza di un piano nazionale, la Regione nel 2026 ha mosso due pedine: il piano “Generazione Casa” da 50 milioni per recuperare gli sfitti e la proposta di legge 106 sull’housing sociale, che dice una cosa semplice: gli alloggi sociali si fanno attivando capitali privati e risorse del Terzo Settore accanto a quelle pubbliche. Non sostituisce l’edilizia pubblica, la integra.
E intanto, dal basso, i Comuni hanno già inventato la soluzione, quasi sempre con i fondi europei e con il Terzo Settore come gestore.
Ecco i cinque casi dove ha funzionato meglio.

  1. Padova, Casa a Colori: turisti e famiglie sfrattate sotto lo stesso tetto
    Compie 23 anni ed è stato il primo housing sociale temporaneo del Veneto. Nato nel 2003 dalla cooperativa sociale Città Solare, oggi è una rete di tre strutture tra Padova e Dolo. Non è un dormitorio. È una pensione ibrida dove convivono turisti, studenti universitari, lavoratori in trasferta e nuclei in emergenza abitativa. Aperta 365 giorni l’anno, dà lavoro a 30 persone, di cui sette con inserimento lavorativo per svantaggio.
    La formula? Il Comune mette l’immobile in comodato, la cooperativa lo gestisce come impresa sociale, la Fondazione Cariparo finanzia la rigenerazione del quartiere. Il mix è la forza: l’accoglienza dei turisti paga i costi e abbassa lo stigma di chi è in difficoltà.
  1. Treviso, “Housing First”: prima la casa, poi tutto il resto
    Dal 2021 il Comune di Treviso ha affidato alla cooperativa La Esse un cambio di paradigma: le persone senza dimora con problemi di salute mentale non devono fare un percorso a tappe per “meritarsi” una casa. La casa è l’inizio. Vengono inserite subito in appartamenti indipendenti – spesso alloggi Ater – e un educatore le va a trovare ogni settimana per costruire con loro un progetto di salute e lavoro.
    È l’approccio raccomandato dall’Unione Europea e presentato a Treviso lo scorso aprile come buona prassi nazionale. Il Comune fa da garante della casa, il Terzo Settore fa l’accompagnamento, non la custodia.
  1. Chioggia, “La Tenda di Sara”: dieci monolocali che cambiano una vita
    Dieci piccoli appartamenti ristrutturati dalla Caritas diocesana, nel centro di Chioggia. Ognuno ospita una persona in grande povertà, con un patto: gli assistenti sociali del Comune e gli operatori Caritas costruiscono insieme un progetto individuale e passano ogni settimana. Non è solo affitto, è reinserimento. Il progetto è legato all’Emporio solidale che serve 650 famiglie e a un Fondo per il lavoro sostenuto da Fondazione Cariparo. La Caritas mette il mattone e la relazione, il Comune la presa in carico, la fondazione bancaria il lavoro.
  1. Cornedo e Feltre: la Regione sblocca gli alloggi vuoti
    Sono i due progetti pilota approvati dalla Giunta a maggio 2026 e fotografano il futuro. A Cornedo Vicentino, Regione, Comune e Ater Vicenza hanno deciso di destinare due alloggi pubblici al progetto “Abitare con cura”: non solo un tetto per nuclei vulnerabili, ma un percorso di autonomia seguito dal servizio sociale.
    A Feltre, dieci alloggi Ater davanti all’ospedale diventeranno housing per infermieri, Oss ed educatori dell’Ulss 1 Dolomiti, per fermare la fuga di personale dalle montagne. Un altro alloggio, gestito con l’associazione Portaperta, diventerà
    co-housing per persone con disabilità. La Regione sblocca, Ater ristruttura, il Terzo Settore tiene insieme la comunità.
  1. Vicenza, Villa San Lazzaro: una villa del 1565 diventa casa per 44 persone
    L’ultimo caso è simbolico. La Fondazione Caritas Vicenza ha appena finito di restaurare Villa Tornieri, vincolata dalla Soprintendenza e risalente al 1565, in via Bellini.
    Donata da un istituto religioso, restaurata con fondi della Regione Ville Venete, del Ministero e con il contributo delle Banche di credito cooperativo locali e dell’8×1000, ospiterà 44 posti di housing sociale per studenti fuori sede e un centro diurno per disabilità.
    Niente consumo di suolo, solo patrimonio inutilizzato che torna a vivere, lo stesso schema di Mogliano Veneto, dove il Comune ha azzerato costo del terreno e oneri e l’imprenditore vende metà alloggi ad Ater e metà a canone calmierato con un fondo etico.

Cosa ci insegnano queste storie
Quattro cose ritornano in tutte queste cinque storie. Primo: la proprietà resta pubblica, la gestione va al Terzo Settore. È l’unico modo per far tornare in uso gli 8.800 sfitti. Secondo: la chiave da sola non basta, serve un accompagnamento leggero ma continuo, un educatore che bussa una volta a settimana. Terzo: il mix sociale funziona. Far convivere persone diverse fa risparmiare e toglie etichette. Quarto: serve un fondo di garanzia per i proprietari privati, come fa l’agenzia “Padova per Abitarci”: se metti il tuo appartamento sfitto a canone concordato, ti tutelo da morosità e burocrazia.

Anche se rimangono le criticità
Ogni Comune fa a modo suo perché mancano linee guida regionali. Molti progetti vivono di bandi di un anno e non di convenzioni triennali. E il 5×1000 non basta per ristrutturare un tetto. È per questo che tra le proposte che il Terzo Settore potrebbe avanzare ce ne sono tre di semplici: un elenco pubblico di tutti gli immobili pubblici inutilizzati da dare in comodato d’uso gratuito al Terzo Settore, un Fondo Regionale che paghi non i muri ma l’accompagnamento sociale – la parte che nessuno finanzia – e l’obbligo per gli Ambiti Sociali Territoriali in fase di lancio di programmare insieme casa e welfare.

In Veneto l’housing sociale migliore non è quello che si costruisce da zero. È quello che prende una canonica vuota, un alloggio Ater chiuso, una villa abbandonata e ci rimette dentro persone, lavoro e relazioni. Costa un terzo di una Rsa e non produce posti letto, produce autonomia.

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