Se la sfida più rilevante per le politiche nei prossimi anni sarà fronteggiare le nuove emergenze sociali, determinate dai rapidissimi cambiamenti a cui ci sottopongono l’innovazione tecnologica e gli eventi geopolitici internazionali, nondimeno la vera ricetta per contrastare il rischio di involuzione economica della nostra Regione sarà sicuramente quella di rilanciare i settori più innovativi dell’economia veneta a cominciare dal manifatturiero.
Il primo indicatore che segnala queste emergenze e richiede un progetto per il futuro è certamente il rapido aumento del lavoro povero. Indubbiamente si tratta di un fenomeno legato al contesto nazionale di ritardi nel recupero dell’inflazione – che ha corroso e continua a ridurre il valore delle retribuzioni – aggravato da una tendenza anch’essa nazionale a ritardare i rinnovi contrattuali, riducendo i margini di recupero sul costo della vita. Restano tuttavia le cause più profonde che risiedono nel progressivo esaurimento di un modello economico che ha rappresentato la locomotiva del Nordest. La stessa crescita occupazionale, che nella nostra provincia ha portato a registrare il significativo risultato di una disoccupazione al di sotto del 3 per cento, è riconducibile all’aumento dei lavoratori over 60 che sono trattenuti al lavoro più a lungo e soprattutto all’espansione di un’economia che si sta spostando verso quei servizi a minore valore aggiunto che stanno rimpiazzando la perdita di lavoro nell’industria. Non per caso proprio da queste crescenti attività economiche proviene gran parte del lavoro povero che, secondo i dati forniti dal servizio fiscale delle Acli – registrati su un campione di 33 mila modelli 730 in provincia – segnalano come ormai il 20 per cento del lavoro dipendente privato stia nella fascia di reddito che non supera i mille euro netti mensili. Qui è la struttura produttiva del Veneto che incide perché composta in gran parte da imprese piccole, mediamente meno produttive e meno propense a investimenti tecnologici, con una limitata domanda di lavoro altamente qualificato e con tendenza a retribuzioni più contenute. Inoltre in queste aziende spesso manca la negoziazione aziendale di secondo livello e conseguentemente mancano anche i benefici del welfare, che oggi contano molto nel ridurre l’impatto del caro vita.
Altro indicatore che suscita crescente preoccupazione riguarda la fuga di molti giovani veneti, in particolare quelli con titolo di studio più elevato. Si tratta secondo le statistiche, di 14.742 espatri nel 2023 e di 7.280 nel 2024 a cui va aggiunta una quota rilevante – circa il 20 per cento di laureati – che va a trovare lavoro in Lombardia, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia. Nella sola provincia di Padova nel triennio 2022-2024 sono emigrate all’estero 8.871 persone. È rilevante sottolineare che questi espatri e questa mobilità lavorativa verso Regioni limitrofe non è indotta solamente dalla scelta di trovare un lavoro più qualificato e meglio remunerato, ma è spesso dovuta alla oggettiva difficoltà di trovare un lavoro in Regione. Mentre all’Università di Padova si laurea circa il 35 per cento dei giovani in uscita dagli studi secondari superiori, il mercato del lavoro veneto continua a richiedere meno dell’11 per cento di laureati. Tutto questo vociare sulle difficoltà di reperimento di candidati da parte del sistema economico del Veneto riguarda solo alcune categorie di tecnici e specializzati, mentre appare del tutto evidente che le migliori energie che potrebbero concorrere all’innovazione dell’economia regionale se ne vanno altrove per la mancanza di prospettive lavorative ancor prima che per questioni di bassa retribuzione.
A questo quadro tutt’altro che rassicurante si aggiunge poi una crescente difficoltà a trovare alloggi in affitto abbordabili e quindi ad affrontare la mobilità lavorativa. Lo spostamento di capitali dalle attività produttive alla rendita, che ha caratterizzato questi ultimi anni, ha finito per indurre anche fette della società padovana e veneta ad adagiarsi su vere e proprie forme di economia della rendita. Se la retribuzione del lavoro diventa marginale, mentre la rendita degli affitti è più remunerativa – anche perché sospinta dagli elevati canoni dei bed & breakfast di natura turistica e dalla destinazione degli alloggi agli studenti fuori sede – ecco che quel consistente patrimonio (il 78 per cento delle abitazioni sono di proprietà) al momento in cui, per effetto del trasferimento generazionale, si concentra in mano a generazioni molto meno numerose per il calo demografico, diviene la fonte di reddito più importante. Ma così facendo, rischiamo di creare un sistema in cui la società finisce per consumare senza produrre, dove l’effetto di impoverimento non viene percepito nel presente, ma avrà catastrofiche conseguenze nel futuro. Un lavoro impoverito e un abitare sempre più costoso stanno determinando fenomeni importanti sia nelle condizioni personali che familiari con la crescita delle povertà, dell’impoverimento del ceto medio, dell’abbandono della città alla ricerca di alloggi più accessibili, fino ad arrivare a episodi di vita di strada. Finiscono per allargarsi le disuguaglianze perché l’origine familiare e il patrimonio trasferito alle nuove generazioni conterà socialmente ben di più delle competenze e del merito, in un contesto di totale azzeramento della mobilità sociale. A conferma di ciò è utile citare la rilevazione fatta sempre dai servizi fiscali delle Acli provinciali secondo cui il 51 per cento dei lavoratori dipendenti del settore privato ritiene di non avere reddito sufficiente per acquistare una propria abitazione.
Tutto questo ci fa capire che l’intero Nordest sta cambiando e quanto le tensioni sociali possano crescere nel futuro – le proteste di piazza in Spagna e Francia, su due centrali questioni sociali: la scuola e la casa, dovrebbero suonare come un campanello d’allarme. La variabile in gioco per tenere il passo con questo cambiamento è rendere attrattivo il nostro territorio. Non casualmente il Veneto ha perso posizioni nella classifica delle Regioni più innovative d’Europa, vedendo scendere il Pil pro capite e crescere il differenziale con le altre Regioni europee a prevalente vocazione manifatturiera. In questo contesto negli ultimi 15 anni abbiamo registrato nel Nordest l’esodo di 67 mila giovani, indice di un malessere strutturale.
La vecchia manifattura veneta stenta a trasformarsi. Dopo la chiusura di un primo ciclo di sviluppo industriale – quello originario, impostato su chimica, raffinazione, alluminio e cantieristica – a cui è seguito un secondo ciclo – abbigliamento, elettrodomestico, moda, occhialeria e arredamento – la sola meccanica ha saputo dare continuità allo sviluppo, pur essendo profondamente differenziata al proprio interno, con ampie debolezze in particolare nelle subforniture verso la Germania specialmente nell’automotive. Oggi, in mancanza di un modello veneto, di strategie nazionali ed europee e di politiche industriali, stenta a nascere la nuova impresa innovativa che potrebbe concorrere a rinnovare il tessuto economico regionale.
Costruire attrattività non significa solo favorire la trasformazione economica, ma anche recepire gli orientamenti portati avanti dalle nuove generazioni che si affacciano al mondo del lavoro. Che non cercano più un generico impiego, ma un percorso e un ambiente che favoriscano la realizzazione di un progetto personale di vita. Sono chiamati in causa i consolidati modelli organizzativi delle imprese che dovranno rifondare i propri standard favorendo benessere e inclusione. Solo le aziende che sapranno offrire questa nuova visione del lavoro potranno affermarsi come attrattive. La difficoltà del nostro sistema economico veneto a fare in tempi rapidi un salto nelle retribuzioni potrebbe essere compensata da un modello di organizzazione delle imprese che si pone in sintonia con le richieste delle giovani generazioni.