«La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il buon pastore che ha dato la vita per il gregge di Dio».
Ore 19.26 di un sereno e mite giovedì 8 maggio 2025. Dalla Loggia delle Benedizioni della basilica di San Pietro si sfilano le tende: davanti a centomila fedeli festanti, si affaccia il nuovo papa, Leone XIV. È il nome scelto da Robert Francis Prevost, 267° successore di Pietro, primo pontefice statunitense, annunciato qualche minuto prima dal cardinale Dominique Mamberti, dal suo scandito «Habemus papam» e dal pianto di gioia di una ragazzina inquadrata dalla telecamera in diretta.
Robert Francis Prevost ha 69 anni, è nato il 14 settembre del 1955 a Chigago, nello Stato dell’Illinois ed è stato nominato cardinale da papa Francesco nel 2023, ricomprendo fino a oggi la carica di prefetto del Dicastero dei vescovi. Appartiene all’Ordine di sant’Agostino, «sono un figlio di sant’Agostino» ha affermato in un passaggio del suo discorso ed è stato missionario in Perù per molti anni. Anche di questo suo importante momento di vita c’è traccia nelle sue prime parole: in spagnolo (il primo nella storia a usare due lingue), ha infatti, affermato: «Se mi permettete anche una parola di saluto a tutte le persone della mia amata Diocesi di Chiclayo, in Perù».
Quasi 122 anni dopo, un nuovo Leone. Un forte segno di continuità con Vincenzo Gioacchino Raffaele Luigi Pecci che scelse Leone XIII e che fu papa dal 20 febbraio 1878 al 20 luglio 1903. Dalla sua mano la firma di uno dei documenti guida e determinanti della Chiesa, la Rerum Novarum scritta nel 1891 e che di fatto inaugurò la dottrina sociale della stessa Chiesa.
La fumata bianca alle 18.07, eletto dai 133 cardinali elettori al quarto scrutinio del 76° conclave, il primo del pomeriggio. Anche papa Benedetto XVI era stato eletto al quarto turno vent’anni prima, mentre per eleggere papa Francesco ce ne vollero cinque, nel 2013.
E c’è tanto di papa Bergolio nelle sue parole semplici, belle, pronunciate in italiano con emozione. Ha voluto richiamare con forza la figura di papa Francesco: «Ancora conserviamo nei nostri orecchi quella voce debole ma sempre coraggiosa di papa Francesco che benediva Roma. Il papa che benediva Roma dava la sua benedizione al mondo, al mondo intero, quella mattina del giorno di Pasqua. Consentitemi di dar seguito a quella stessa benedizione: Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà! Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto, senza paura, uniti mano nella mano con Dio e tra di noi andiamo avanti. Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di Lui come il ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace. Grazie a papa Francesco».
Il suo motto episcopale è “In Illo uno unum”, parole che sant’Agostino ha pronunciato in un sermone, l’Esposizione sul Salmo 127, per spiegare che «sebbene noi cristiani siamo molti, nell’unico Cristo siamo uno». Leone XIV ha pronunciato per ben nove volte la parola “pace”, affiancandole quattro aggettivi netti, decisi: «Questa è la pace di Cristo, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, che ci ama tutti e incondizionatamente». È apparso, poi, visibilmente commosso, sia all’inizio che nel momento in cui ha parlato della Madonna: «Oggi è il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei. Nostra Madre Maria vuole sempre camminare con noi, stare vicino, aiutarci con la sua intercessione e il suo amore. Allora vorrei pregare insieme a voi. Preghiamo insieme per questa nuova missione, per tutta la Chiesa, per la pace nel mondo e chiediamo questa grazia speciale a Maria, nostra Madre».
Ha invitato i fedeli a pregare con lui, recitando insieme l’Ave Maria in piazza. Una piazza portatrice di universalità figlia della cristianità, c’era davvero tutto il mondo con il naso all’insù: bandiere del Libano, suore irachene. Terre martoriate, ma presenti: «A tutti voi, fratelli e sorelle di Roma, di Italia, di tutto il mondo vogliamo essere una Chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, una Chiesa che cerca sempre la pace, che cerca sempre la carità, che cerca sempre di essere vicino specialmente a coloro che soffrono».
Le emozioni dei presenti. Tra chi ha assistito coi propri occhi, dal vivo, la nomina di papa Leone XIV c’era mons. Giovanni Vaccarotto della Diocesi di Padova e canonico della Basilica papale di San Pietro in Vaticano: «Si è presentato molto bene, riuscendo a raccogliere e rilanciare quello che è stato, in un certo senso, il programma di papa Francesco, ma dandogli un tono tutto suo. Ha messo Cristo al centro: il Vangelo, la missione, la testimonianza, la comunione tra tutti i cattolici. E allo stesso tempo ha lasciato aperta la porta a chiunque voglia avvicinarsi alla fede, entrare nella Chiesa. Mi è sembrata una presentazione molto bella, con una sostanza profondamente evangelica. Ha richiamato il cuore del cristianesimo che siamo chiamati a vivere ogni giorno, ciascuno come può, con i propri limiti e difetti. Ma credo davvero che avremo una guida sicura, soprattutto per quanto riguarda la teologia cristiana e il Vangelo. Colpisce in particolare il suo ancoraggio saldo a Cristo, anche nelle parole che ha usato parlando di pace. Una pace disarmante, disarmata, ma al tempo stesso potente, perché fondata sulle parole del Risorto. Credo che, con lui, torneremo a riscoprire quei valori fondamentali che danno senso alla vita di un cristiano».
Genuina la restituzione di suor Anna Pontarin, francescana elisabettina, originaria della parrocchia dei santi Pietro e Paolo di Barbano, che lavora all’Elemosineria Apostolica del Vaticano e presente in piazza tra i tanti fedeli: «Ho male alle guance da quanto ho sorriso. Quando abbiamo visto il fumo bianco tutti urlavano, tutti facevano fotografie. Tutti esultavano per la Chiesa, la piazza gioiva: era stato eletto un nuovo papa. Anche se non sapevamo ancora chi fosse, io ho pianto. Ho pianto proprio di gioia, perché è un evento davvero grande per la Chiesa, ed è molto importante avere una guida. Soprattutto in questi momenti di incertezza, in tempi di guerra. Ammetto che quando hanno pronunciato il nome Prevost la piazza si è ammutolita, in pochi lo conoscevano. Ma poi, quando ci ha salutati dicendo “La pace sia con voi”, lì c’è stata un’esplosione. Un’esplosione di emozione. Credo che il suo discorso sia stato molto bello, molto toccante. Ha usato parole chiave che mi sono piaciute: ha parlato di pace, di unità, di sinodalità. E mi ha colpito anche quando ha parlato in spagnolo: si sentiva l’amore per la missione, un elemento che credo sarà centrale in questo pontificato».