Nell’Amazzonia brasiliana, l’elezione al soglio di Pietro di Robert Francis Prevost, papa Leone XIV, è stata accolta con commozione e speranza da mons. Lucio Nicoletto, da un anno vescovo prelato di São Félix do Araguaia. «Lo hanno scelto anche questo dalla “fine del mondo”», osserva, unendo in una linea ideale la Buenos Aires di papa Francesco, la Chicago di papa Leone e soprattutto la diocesi di Chiclayo, di cui Prevost è stato vescovo dal 2015 al gennaio 2023, prima che papa Francesco lo chiamasse a Roma come prefetto del Dicastero per i vescovi e presidente della Pontificia commissione per l’America Latina. Mons. Nicoletto, originario di Este e già missionario fidei donum della Diocesi di Padova in Brasile, ha avuto modo di conoscere l’allora cardinale Prevost a Roma durante il corso per i nuovi vescovi.
«Mi ha fatto chiamare per ringraziarmi per aver accettato di essere inviato alla Chiesa di São Félix do Araguaia. Lo ha fatto con molta fraternità, semplicità e cordialità. L’ho sentito proprio vicino allora e l’ho sentito vicino anche in questo momento, perché non solo ha ricordato alla Chiesa che tutta la Chiesa è per sua natura missionaria, ma che tutta la Chiesa, soprattutto la Chiesa europea, ha la caratteristica tipica di ogni battezzato che trova la vita quando esce da se stesso e dai propri recinti per andare incontro all’altro».
Come stai vivendo, mons. Lucio, questo momento?
«Quello che mi dà più gioia è il sapere che un fratello ha detto di sì. Si tratta del dono che quest’uomo ha dato e ha fatto di se stesso, ancora una volta, a tutta la Chiesa, permettendo che il fiume della vita e dell’amore continui a fluire a causa del suo sì. Un altro elemento che mi piace è l’emozione che ha lasciato trasparire nella sua umanità e nella sua fragilità, che è anche la nostra, ma ha fatto prevalere la forza della grazia e dell’amore di Dio che ci sostiene. Il terzo elemento è il richiamo alle novità: papa Leone XIII fu il papa della Rerum Novarum, delle “cose nuove”. Papa Leone XIV sembra rinnovare l’invito a tutta la Chiesa a mettersi con fiducia e con fede davanti alle tantissime novità che stiamo vivendo. Alcune le stiamo sopportando, altre non le stiamo capendo, ma fanno parte di questa realtà. Ed è questa realtà nella quale il Signore oggi ci pone a camminare insieme. Papa Leone ha ricordato e valorizzato, non riesumato, un altro elemento, che papa Francesco ha rilanciato: il camminare insieme, per una Chiesa sinodale. La paura la si vince insieme. Perché è insieme che possiamo sentire l’amore che il Signore ci dà e sentire fluire questo stesso amore tra di noi. Questo ci tiene in piedi».
Fondamentale in questo primo saluto di papa Leone XIV il ricordo e la gratitudine per papa Francesco. Nelle sue parole tanti riferimenti alla misericordia, alla percezione di un Dio che ama, che porta la pace…
«Il suo atteggiamento umile, nel presentarsi per la prima volta, è lo stesso atteggiamento di umiltà che abbiamo visto in papa Francesco e in papa Benedetto. L’umiltà di chi porta la pace è una conseguenza della dimensione affettiva di chi dà priorità alle relazioni. È una caratteristica dei latinoamericani, che papa Francesco ci ha fatto sentire profondamente con il suo calore, così papa Leone. Noi europei a volte mettiamo da parte questa dimensione affettiva. Mi piace pensare che papa Leone l’abbia riscoperta proprio grazie alla missione da lui vissuta in Perù, nel contesto latinoamericano. È una dimensione affettiva fuori da ogni ottica sdolcinata, ma è un alimentare la speranza di una Chiesa di comunione e di missione. Dobbiamo riscoprire prima di tutto la Chiesa come la comunità di coloro che riscoprono il dono della fede come una relazione, una relazione che tocca le corde più profonde di ogni essere umano».
La scelta del nome: Leone, richiama un grande papa, Leone XIII, protagonista nella dimensione missionaria e in quella della giustizia sociale.
«Quando parliamo di giustizia sociale non parliamo di ideologia politica, ma di cuori feriti a causa di ingiustizie, cuori di persone che non sono ascoltate nella loro condizione umana, di precarietà e di vulnerabilità. E quindi tutto questo deve necessariamente generare compassione, misericordia. La compassione è l’unica maniera che noi abbiamo come uomini per rimetterci in ascolto gli uni degli altri e per sentire il grido degli oppressi come uno schiaffo in faccia alla dignità di tutti quanti. Non c’è futuro senza il recupero della dimensione dell’umanità che papa Francesco ha tanto richiamato. Spero tanto che papa Leone possa continuare ad aiutarci ad alimentare l’umanità».
Ma c’è anche papa Leone Magno…
«Pensiamo con quanta fede e con quanta forza papa Leone Magno ha lottato, era una persona “di fibra”, che però non ha voluto mostrare “i denti” della Chiesa, ma proprio la sua debolezza, la debolezza di una Chiesa che si sente sempre più fragile, perché la sua forza viene dall’amore con cui Dio ci accompagna soprattutto nei momenti più bui e più difficili».