Fatti
Ferdinando “Fefè” De Giorgi entra nella sala dei Giganti a Padova con una leggerezza che spiazza: sorride, scherza, ascolta. Eppure è uno degli uomini più vincenti della storia della pallavolo mondiale con cinque mondiali vinti come giocatore e allenatore. Proprio questa apparente contraddizione – tra risultati straordinari e assenza di enfasi – è la prima lezione che offre al pubblico riunito al Liviano per l’incontro “Sport, studio e benessere all’università di Padova”.
Il ct della nazionale di pallavolo non parla mai dall’alto in basso; racconta con semplicità e ironia il suo percorso. Che è straordinario: da atleta che ha attraversato un’epoca irripetibile dello sport italiano a commissario tecnico capace di guidare un cambio generazionale radicale, culminato dal 2021 in poi in due titoli mondiali e uno europeo. È lui il centro dell’incontro promosso dall’ateneo patavino e moderato dal giornalista Massimo Salmaso.
Se un tempo studiare e contemporaneamente fare attività fisica ad alto livello era un percorso a ostacoli, oggi – sottolineano il prorettore alla didattica Marco Ferrero e quello a Benessere e sport Antonio Paoli – università e docenti cercano di accompagnare alla laurea gli sportivi attraverso una serie di strumenti concreti: a partire da una “doppia carriera studente-atleta”, che prevede agevolazioni e una maggiore flessibilità, ad esempio nelle date d’esame, senza scorciatoie, ma anche senza pregiudizi. Un percorso simboleggiato dallo schiacciatore della nazionale Mattia Bottolo, fresco di laurea in Biologia proprio a Padova.
Una questione che De Giorgi conosce molto bene. La sua simpatia e l’ironia conquistano subito il pubblico, che ride e applaude spesso; dietro l’apparente bonomia prende però forma una riflessione solida, costruita sull’esperienza. «Scuola e sport devono andare di pari passo», ribadisce. Non è uno slogan, ma il risultato di una storia personale fatta di sacrifici e chilometri. Da giocatore seguì l’Isef (Istituto Superiore di educazione Fisica) mentre muoveva i primi passi da professionista nel Salento, tra Ugento e Squinzano, iscrivendosi all’università di Foggia, a centinaia di chilometri di distanza. Viaggi notturni in treno, rientri all’alba per allenarsi, pochissimi strumenti di supporto. «Allora non c’era attenzione per gli sportivi – ricorda – Oggi è diverso: gli esami si spostano, ci sono i tutor. È un passo fondamentale».
Poi il discorso si allarga. Per De Giorgi lo sport è diventato, forse suo malgrado, una delle poche agenzie educative ancora solide in una società in cui famiglia e scuola faticano. «Oggi tanti ragazzi cercano nello sport quei valori che non trovano altrove. Anche gli oratori, che per decenni sono stati luoghi di relazione e sport, oggi tirano il fiato. Segnali da non ignorare». In palestra e sul campo, spesso senza nemmeno rendersene conto, si impara a stare con gli altri, a comunicare faccia a faccia in un tempo dominato dal cellulare, ad affrontare problemi reali.
Centrale è il tema della sconfitta. «Non conta solo la motivazione, conta l’ambiente che crei», spiega De Giorgi. Se l’errore è vissuto come una tragedia diventa paralizzante; se invece è riconosciuto e attraversato può trasformarsi in crescita. «Da allenatore stato esonerato tre volte: è stato duro, ma sono stati i momenti che mi hanno fatto crescere, dal punto di vista umano e professionale».
Altro concetto fondamentale è la fiducia, parola spesso abusata, che si misura proprio nei momenti di difficoltà. Dopo le Olimpiadi di Tokyo 2021, con pochissimo tempo a disposizione, De Giorgi sceglie un cambio generazionale radicale: «Mi sono imposto una cosa: non giudicare questa generazione». Punta sui giovani, valorizzandone i punti di forza e lavorando sui limiti, costruendo rapidamente un percorso tecnico, ma anche valoriale.
«Non mi piace quando mi chiamano motivatore – conclude – Noi possiamo dare stimoli e strumenti: poi però è compito del giovane trovare i propri obiettivi. In campo ci va l’atleta, non l’allenatore, nello sport come nella vita». È forse questa la lezione più forte emersa alla sala dei Giganti: in un tempo che chiede scorciatoie, studio e sport insegnano la fatica necessaria, non comoda, ma capace di preparare davvero i giovani al futuro. Poi però bisogna ascoltarli, e avere fiducia in loro.