Storie
In molti lo considerano già santo, anche se non è ancora stata avviata la fase diocesana per fratel Vittorino Faccia, religioso della Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza fondata da san Giovanni Calabria.
Fratel Vittorino visse buona parte della sua vita nel Veronese, dove sono numerose le opere di Don Calabria. Fu dunque Veronese di adozione, ma con solide radici padovane: Vittorino Faccia era nato a Conselve il 6 settembre 1917, nono di diciannove fratelli. In una famiglia numerosa si era fermato alla terza elementare, entrando poi nella congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza nel 1936, a 19 anni, condottovi dallo zio fratel Ignazio e accolto da don Giovanni Calabria, fratel Vittorino ne aveva seguito le orme scegliendo la vita religiosa senza arrivare al sacerdozio. Un aneddoto può far comprendere l’animo di Vittorino, che aiutava una delle sorelle nella bettola che la famiglia gestiva vicino alla stazione dei treni di Conselve. Una sera, infastidito dal linguaggio scurrile, infarcito di bestemmie di alcuni clienti, uscì, inforcando la bicicletta e pedalando per tutta la notte, raggiunse lo zio a Verona, giusto all’orario della celebrazione della messa. Da quel fatto, iniziò l’approccio alla vita religiosa del giovane Vittorino, che nella famiglia calabriana si prestò fin da subito a svolgere il suo servizio. Tra le attività più importanti quella di fornaio, per preparare pane e pasta per i tanti ospiti delle case dell’Opera.
Dopo gli anni nella Casa madre a San Zeno in Monte, dal 1963 al giorno della morte ha vissuto nell’oasi di San Giacomo del Grigliano dove aveva fondato la Casa d’incontri e di preghiera in cui si era messo al servizio di tutti con umiltà e capacità di consiglio, nonostante la sua scarsa dimestichezza con certa cultura. Infatti, fin da bambino, ebbe difficoltà nel leggere e nello scrivere, a causa di una carenza visiva, che fu scoperta solo in età adulta. Questo non impedì però a fratel Vittorino di diventare un punto di riferimento per la Congregazione, sia per lo stesso fondatore don Giovanni Calabria, poi elevato agli altari, che per il suo successore don Luigi Pedrollo. Nel secondo dopoguerra, infatti, fu affiancato all’economo della Congregazione per la gestione delle attività.
L’idea che permise a Vittorino di risolvere definitivamente i problemi alimentari della Congregazione gli venne quando per caso affidò allo zio fratel Ignazio, un vitellino, che un benefattore aveva regalato alla Congregazione. Lo zio lo allevò gratuitamente e quando il vitello fu pronto per il macello, lo riconsegnò al nipote. Altri benefattori regalavano vitellini all’Opera. Che farne? La fame era tanta e si potevano macellare subito per regalare qualche giorno di festa ai 900 ragazzi della Congregazione; ma ecco cosa disse Vittorino a don Calabria: «Se invece di macellarli, li diamo in custodia ad alcuni contadini della zona, che ce li tengano per la carità del Signore e ce li crescano e li riconsegnino una volta adulti, non sarebbe meglio? Una bestia in più in stalla è come un figlio in più: qualcosa da mangiare glielo si trova sempre». Eccoli allora i Poveri Servi e Vittorino per primo, girare in gran largo le fattorie della provincia a proporre le loro bestie per le grandi tenute e per le piccole stalle, a contadini che, incontrando tanta semplicità e tanto candore, finivano per accollarsele come una benedizione. «L’é la bestia del don Calabria par sfamar quei pori puteleti… se la tiro su, me andrà mejo anca el me racolto». E quando era pronta, i Poveri Servi se la portavano via con ringraziamenti reciproci.
Col tempo fratel Vittorino, appoggiato da un’azienda olandese che provvedeva i vitelli, arrivò ad avere 600 capi di bestiame sparsi in diverse fattorie, pur non avendo alcun documento scritto, ma confidando sempre nella Provvidenza. Grande attivismo sul fronte imprenditoriale, quello di fratel Vittorino, sempre legato a una vita di fede profonda.
Da don Calabria, fratel Vittorino aveva imparato a confidare in Dio Padre: «Aveva una fede che era proprio assomigliante a quella del fondatore, di chi crede ed è certo che davvero al Signore niente è impossibile», dice monsignor Silvano Silvestrin, già arciprete di Montegalda, ora collaboratore a Conselve e responsabile del servizio religioso dell’ospedale e della casa di riposo, che ha approfondito la conoscenza della vita e delle opere di fratel Faccia. E aggiunge: «Sentiva Dio sempre presente nella sua vita e per questo sapeva ascoltare e consolare i tanti che lo cercavano. Mi ha colpito molto, nella sua spiritualità, il suo rapporto intenso con Gesù Eucarestia, l’amore a Maria, lo spirito di umiltà e obbedienza, la preoccupazione per la salvezza delle anime».
Fratel Vittorino Faccia morì all’età di 80 anni, il 20 dicembre 1997, per le conseguenze di un grave incidente stradale a pochi passi dalla sua ultima residenza.

L’Opera Don Calabria è una famiglia religiosa composta dalle congregazioni dei Poveri Servi e delle Povere Serve della Divina Provvidenza, fondata a Verona da San Giovanni Calabria rispettivamente nel 1907 e nel 1910. In seguito, è entrata a far parte dell’Opera anche la congregazione di diritto diocesano delle Missionarie dei Poveri, fondata in Uruguay nel 1962.
«Non ho mai conosciuto fratel Vittorino, ho cominciato a frequentare Tiziano, il nipote e mio marito, dopo la sua morte», racconta Melania Bortoletto di Conselve. «Attraverso le parole di Tiziano e i ricordi condivisi, la figura di fratel Vittorino è diventata per me una presenza viva e autentica, quasi fosse parte della mia stessa vita. Tiziano, mancato qualche anno fa, era molto legato allo zio. Nella nostra quotidianità soprattutto lavorativa gli insegnamenti di fratel Vittorino ricorrevano spesso, ogni volta che passavamo davanti alla sede di qualche concorrente Tiziano mi diceva: “Fatti il segno della croce e benedici i concorrenti perché mio zio diceva di fare così, augurare il bene perché l’economia sia sana”. Questo gesto, all’apparenza semplice, racchiudeva un insegnamento profondo: vedere negli altri non dei nemici da battere, ma persone con cui condividere un percorso, riconoscendo il valore della solidarietà anche nel mondo del lavoro».