Idee
Il pensiero di dover smontare il presepe mi fa riflettere su cosa significhi essere Chiesa nell’era dell’intelligenza artificiale. La versione più tradizionale nelle nostre case prevede un presepe ambientato in uno scenario contadino tipico dell’Italia centrale. I più famosi e magnifici sono quelli di tradizione napoletana. I più coinvolgenti quelli viventi. Così lo fece San Francesco, che inaugurò otto secoli fa questa magnifica pratica, volendo mostrare alla sua gente la nascita di Gesù, così come raccontata nei Vangeli, componendo la scena con gli elementi che aveva a disposizione. Una raffigurazione filologica e storicamente precisa? No, piuttosto un saggio e potente mix di fedeltà evangelica e vita reale. Asino e bue non sono citati nei Vangeli, così come il numero dei Magi. Anche la tradizionale statuina del pescatore è decisamente implausibile a Betlemme, città collocata in un contesto desertico. Ma asino e bue erano ciò che Francesco aveva a disposizione – la sua gente – per raffigurare una stalla. Dai tempi di San Francesco, il presepe è un grande esercizio di inculturazione che scaturisce esattamente dal mistero dell’incarnazione del Natale: Gesù nasce nella nostra vita, a Betlemme 2000 anni fa, a Greccio nel XIII secolo, oggi tra noi. Quanto di più contemporaneo possa esistere. Proprio per questo dobbiamo vigilare sull’accento sull’aggettivo “tradizionale” che spesso usiamo per il presepe. Se tradizionale significa connesso con un filone artistico e culturale non c’è nulla di male, anzi. Se invece l’accento sul tradizionale porta a cristallizzare una forma, allora abbiamo un problema. Se la custodia della tradizione porta alla semplice, se non esclusiva, ripetizione del passato, abbiamo un grosso problema.
Cosa c’entra tutto ciò con l’intelligenza artificiale?
Non di rado la Chiesa è oggi apprezzata in quanto agenzia del passato: valori antichi, gesti ancestrali, segni e abitudini tradizionali che emergono dal passato. Siamo lodati e sostenuti, anche capaci di attirare folle ormai rare, solo se facciamo presepi come si faceva nel 1800, o anche solo nel 1950. Certo non quelli degli anni ’70 dove si tentò, non sempre con buoni risultati artistici e dentro un furore ideologico talvolta problematico, di rappresentare Gesù che nasceva in mezzo ai palazzi di una città. Peccato che l’esperienza cristiana sia tutto tranne che un’agenzia rivolta al passato. La nascita di un bambino è una vita che inizia, un futuro che si schiude. La Pasqua di Gesù? Una vita che non muore. La memoria, doverosa e insostituibile, di Gesù e di tutto ciò che ha generato, serve ad abitare il presente e a immaginare il futuro, non a essere dinosauri in un mondo che si fatica a riconoscere. La potente trasformazione tecnologica in atto è dunque una grazia per la comunità cristiana, perché la obbliga a riflettere sull’oggi e sul domani, ad offrire un discorso e una ipotesi sul futuro per questa umanità e il mondo che abitiamo. È l’occasione per evitare la tentazione dell’arrocco difensivo, per uscire dal recinto del passato in cui qualcuno tenta di rinchiuderci, così da rendere tanto consolante quanto sterile l’annuncio cristiano. Meno male che non parliamo solo di ciò che è stato, ma grazie al nostro passato ricordato ma non necessariamente replicato, riflettiamo e discutiamo di intelligenza artificiale, di biotecnologie, di esplorazione spaziale, di quantum computer, di agricoltura di precisione, di economia circolare. Anche questi discorsi ci sono imposti dalla Pasqua di Gesù. Non voglio dimenticare la questione e la appunto su un biglietto che metto nella scatola delle statuine del presepe, pronta per l’anno prossimo: come San Francesco avrebbe realizzato oggi il primo presepe? Chissà che personaggi avrebbe inserito, chi avrebbe voluto particolarmente vicino a Gesù, dove avrebbe inscenato la natività. La memoria del Santo di Assisi ci aiuterà ad essere come lui, capace di parlare alle persone del nostro tempo, a immaginare il futuro che vogliamo?