Fatti
Gennaio è anche politicamente un mese bifronte. Lo sguardo va alle scadenze del nuovo anno – a cominciare dalla data del referendum sulla separazione delle carriere – ma intanto si stilano i bilanci dell’anno appena concluso. E le ultime statistiche del 2025 riservano qualche sorpresa amara. Il veleno è nella coda, dicevano gli antichi. L’inflazione ha ripreso a salire. L’Istat stima per dicembre un aumento dell’1,2% su base annua, dello 0,2% rispetto a novembre, dopo due mesi di rallentamento. L’inflazione media dello scorso anno si è attestata sull’1,5% contro l’1% del 2024. A tirare la volata, come spesso accade in questa fase storica, i prezzi dell’energia e il cosiddetto “carrello della spesa”. Non si tratta di valori in assoluto allarmanti, ma se si tiene presente che i nostri salari sono agli ultimi posti in Europa e che ancora oggi non siamo riusciti a recuperare i livelli pre-Covid, il quadro si fa oggettivamente preoccupante. E’ una dinamica che finisce per vanificare i tentativi di sostenere le retribuzioni che sono stati abbozzati anche con l’ultima legge di bilancio e per depotenziare l’effetto dei rinnovi contrattuali. Il famigerato fiscal drag, il fenomeno per cui la pressione fiscale aumenta per l’aumento nominale degli stipendi senza che ci sia un effettivo aumento del potere d’acquisto, ha già fatto molti danni e non si vedono segnali concreti e duraturi di un’inversione di tendenza. Tanto più che l’economia nel suo complesso stenta a ritrovare un ritmo di crescita significativo. Siamo tornati agli “zero virgola” che in passato erano stati il bersaglio polemico di alcuni leader politici che oggi vanno per la maggiore. Peraltro è in via di esaurimento il Pnrr i cui fondi sono stati in questi anni il motore pressoché esclusivo degli aumenti del Prodotto interno lordo o quanto meno della sua tenuta. L’imminente uscita dell’Italia dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo – un risultato di cui il governo va giustamente fiero – rischia di avere come unica conseguenza concreta la possibilità di aumentare la spesa militare al di là dei vincoli Ue. Ma i 3,5 miliardi per il solo 2026 di cui ha parlato il ministro Giorgetti andranno comunque a pesare sui nostri conti e richiederanno dei passaggi parlamentari non banali. Per gli scostamenti di bilancio è infatti richiesta la maggioranza assoluta e l’esecutivo dovrà fronteggiare oltre alle opposizioni anche la già annunciata contrarietà della Lega.
Ma non è l’unico aspetto controverso. Il governo ha esultato per il dato di novembre sul tasso di disoccupazione, il 5,7%, il livello più basso dal 2004, da quando cioè esistono le rilevazioni. Bene. Ma il calcolo della disoccupazione è un’operazione che si presta a diverse letture. Dovrebbe essere noto, ma ogni tanto è bene ricordarlo, che la disoccupazione riguarda non chi è senza lavoro, ma chi non ha un lavoro e lo cerca attivamente. Altrimenti si parla di inattività. Chi non ha un lavoro e rinuncia a cercarlo non è un disoccupato ai fini statistici, ma un inattivo. Non a caso il calo record del tasso di disoccupazione è coinciso con un aumento rilevante degli inattivi e addirittura con un calo degli occupati. Che poi per essere considerati occupati sia sufficiente aver lavorato un’ora nella settimana di riferimento è un altro aspetto del paradosso statistico con cui per onestà intellettuale bisognerebbe confrontarsi.