Fatti
“Questa città ha ascoltato troppe grida: ora ascolti il nostro passo, carico di speranza”: con queste parole padre Piotr Zelazko, vicario patriarcale per le comunità cattoliche di espressione ebraica, commenta l’Interfaith March for Human Rights and Peace, la marcia interreligiosa per i diritti umani e la pace, giunta quest’anno alla sua quarta edizione, evento cui partecipano religiosi e fedeli provenienti da diverse tradizioni religiose con rappresentanti della società civile, che si è svolta il 18 maggio a Gerusalemme. Insieme, mano nella mano, per le strade della città Santa, per invocare pace, dignità umana e riconciliazione in una testimonianza pubblica a sostegno anche dell’uguaglianza e del rispetto reciproco. Un clima molto diverso da quello che si è respirato e visto, il 14 maggio, durante la “Marcia delle bandiere” (Flag March), quando migliaia di estremisti e coloni nazionalisti israeliani hanno attraverso la Città Vecchia, incluso il quartiere musulmano, fino al Muro Occidentale, urlando slogan di odio e suprematismo come “morte agli arabi”, conditi da insulti religiosi, aggressioni verbali e fisiche ai residenti palestinesi, attivisti per i diritti umani e giornalisti, lasciandosi andare ad atti di vandalismo.
Un itinerario significativo. Organizzata dal Forum interreligioso per i diritti umani e la pace, insieme a una rete di oltre 30 organizzazioni, tra cui Rabbis for Human Rights e il Forum dei leader religiosi in Israele, alla marcia hanno aderito anche realtà ecclesiali come il Patriarcato latino di Gerusalemme, la Custodia di Terra Santa, con il suo coro del Magnificat Institute, e il Vicariato ‘San Giacomo’ per i cattolici di lingua ebraica, quest’ultimo impegnato nel dialogo, nella convivenza e nella costruzione di ponti all’interno della società israeliana e tra le diverse comunità della Terra Santa. Altamente simbolico l’itinerario della marcia che si è snodata nel cuore della Città Santa: partendo dall’area dello Ymca internazionale di Gerusalemme, nella zona occidentale della città a maggioranza ebraica, ha percorso la King David Street arrivando alla Porta di Giaffa, ingresso alla Città Vecchia, rappresentando l’idea di incontro tra le diverse comunità.
Diritti umani non negoziabili. Un concetto ripreso, in un videomessaggio rivolto ai partecipanti, dal card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme: “In un tempo segnato da crescenti divisioni, è importante mostrare come Gerusalemme non sia solo un luogo di separazione, ma anche una città in cui è ancora possibile agire insieme per la pace e la dignità umana”. Padre Zelazko ha ribadito il fondamento etico dell’iniziativa, affermando che “i diritti umani non sono negoziabili, ma costituiscono la base della pace”, e che “la convivenza non è un’illusione ingenua, bensì una necessità”.
Per il Vicariato San Giacomo, le cui comunità sono radicate nella società israeliana pur riunendo fedeli di diverse provenienze culturali e nazionali, la marcia ha rappresentato “una testimonianza visibile che i credenti possono camminare insieme nonostante le differenze e le tensioni”. Tra gli interventi anche quello del rabbino David Rosen, che ha sottolineato l’importanza di “dare voce alla speranza e alla pace in mezzo a una diffusa sofferenza e disperazione”. Ha inoltre evidenziato “la necessità che cristiani, musulmani e drusi presenti possano ascoltare il sostegno di molti ebrei alla dignità di ogni essere umano, creato a immagine di Dio, e alla possibilità di vivere insieme nella pace e nella dignità nella stessa terra”. La leader musulmana israeliana Khawla Altouri si è detta convinta che “ogni essere umano è chiamato ad essere fonte di misericordia e di pace e che la sacralità della vita comincia quando ci si guarda con un cuore colmo di amore e umanità”. Da parte sua, padre Louis‑Marie Coudray, priore dell’abbazia benedettina di Abu Gosh, ha riflettuto sulla “vocazione unica di Gerusalemme e sulla responsabilità condivisa di tutti i suoi abitanti”, sottolineando che
“nessuno può rivendicare un monopolio sulla Città Santa. La pace comincia quando ciascuno accetta e rispetta l’altro”.
Risposta morale. La marcia attraverso Gerusalemme è diventata così al tempo stesso una preghiera, una testimonianza pubblica e una risposta morale e spirituale alla “Marcia delle bandiere” e a tutto ciò che questa rappresenta. I partecipanti hanno mostrato cartelli con scritte in ebraico, arabo e inglese, inneggianti alla pace, alla giustizia, alla fiducia e all’umanità. Rabbini, sacerdoti e leader musulmani hanno guidato, nel rispetto di ciascuna tradizione, preghiere in segno di unità spirituale. Un richiamo al fatto che, nel mezzo del conflitto e della polarizzazione, molte voci della Città Santa continuano a chiedere dialogo invece dell’odio, incontro invece della paura e riconciliazione invece dell’esclusione.
“Marciamo per riaffermare la santità di ogni vita umana, e per la capacità di vedere un mondo intero in ogni donna, uomo e bambino”,
ha dichiarato il rabbino Amichai Lau-Lavie, co‑presidente di Rabbis for Human Rights, figura nota nel mondo ebraico progressista e nelle iniziative per i diritti umani, sottolineando la necessità di custodire l’umanità anche in un tempo segnato da paura e divisioni: “Occorre ricordare – ha concluso – che la vita viene prima di ogni conflitto e che custodire la propria umanità è un atto spirituale e morale”.