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Si inaugura domani, sabato 31 gennaio, alle 11 in sala Paladin di palazzo Moroni a Padova la mostra che riporta alla luce una pagina di storia rimasta in gran parte sconosciuta: l’accoglienza di circa 1.500 ex-prigionieri nei lager nazisti presso il Centro di accoglienza allestito all’istituto Barbarigo tra il maggio e il settembre del 1945.
Si intitola “Ritorno!” Gli Internati militari italiani tra storia, memoria e solidarietà. Padova, dal centro di accoglienza del Barbarigo al museo dell’Internamento” e sarà visitabile fino al 22 febbraio nel cortile pensile del palazzo del Comune. Un progetto promosso da Anei Padova e istituto Barbarigo, con la collaborazione scientifica del Centro di Ateneo per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea (Casrec) dell’Università di Padova e il supporto della Fondazione Girolamo Bortignon.
«L’iniziativa – racconta Giovanni Ponchio, presidente della Fondazione Girolamo Bortignon – nasce dalla ricostruzione della vita di don Giovanni Nervo: tra le sue memorie abbiamo trovato non solo testimonianza della sua partecipazione alla Resistenza, ma anche alcune pagine che aveva scritto di suo pugno in cui racconta che dopo la Liberazione, il collegio Barbarigo di cui era vice rettore, era diventato centro di accoglienza per quei soldati che erano stati internati in Germania e che tornavano a casa dopo la resa della Germania del maggio del ‘45. Partendo da questa testimonianza, in collaborazione con il museo dell’Internato Ignoto di Terranegra, abbiamo costruito un percorso di documentazione che poi ha dato vita alla mostra il cui titolo è davvero emblematico». In quel “ritorno”, infatti, si legge tanto il sostantivo quanto il verbo “io ritorno” e mette in rilievo tanto la fatica del ritornare a casa quanto la gioia del ritorno.
Un racconto quindi, fatto di documenti, testimonianze, fotografie, contributi dell’archivio de La Difesa del Popolo e dell’archivio del Comune di Padova, sulla vicenda degli Imi, gli Internati militari italiani, i soldati che hanno rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale di Salò e sono stati avviati ai campi di concentramento in Germania. A loro non è stato riconosciuto lo status di prigionieri politici, che avrebbe comportato il rispetto di alcuni diritti, e vennero utilizzati come forza di lavoro, in condizioni evidentemente disumane. Ne morirono intorno ai 40-50 mila durante il periodo in cui arrivarono in Italia per essere accolti in diverse strutture, fra queste anche l’istituto Barbarigo. Forte è stata la collaborazione delle parrocchie che mandarono molti volontari e volontarie, ma molto attivi erano anche gli studenti ed ex studenti della scuola.
«La mostra è suddivisa in quattro sezioni – continua Ponchio – Nella prima si definisce che cosa sono gli Imi, che cosa ha significato per loro essere stati prigionieri. La seconda sezione riguarda i percorsi di ritorno; la terza il Barbarigo quindi l’accoglienza e assistenza e tutto quello che ha implicato, come per esempio i timori dell’allora rettore che non voleva aprire le porte perché aveva paura che poi la scuola non sarebbe iniziata a ottobre. Infine l’ultima parte è dedicata al tema della memoria, perché per molti anni dopo la guerra a questi soldati non viene data particolare importanza, non vengono ricordati».
All’inaugurazione della mostra con le autorità cittadine, Eloisa Betti (Università di Padova) e Gastone Gal (Anei Federazione di Padova) introducono il percorso e propongono una visita guidata alla mostra. Ingresso libero.