Fatti
La guerra in Medio Oriente soffia sui prezzi del cibo. E lo fa in Italia e in tutto il mondo. Ed è tutta una questione di tempo: più il conflitto andrà avanti e più i prezzi saliranno. Così, dopo gli allarmi da parte dei produttori – e in generale del mondo dell’economia – scattano adesso le allerte sul fronte del consumo.
Il meccanismo è tutto sommato semplice: le bombe sugli impianti petroliferi e il blocco navale sullo stretto di Hormuz – e cioè su uno dei passaggi navali più importanti al mondo per quanto riguarda ai commerci e il trasporto di petrolio – hanno prima sconvolto i mercati finanziaria, poi quelli delle materie prime e, adesso, quelli al consumo. Tutto con una sorta di “marcia a due”: ad essere colpiti sono stati quasi contemporaneamente i produttori agricoli e poi tutti i consumatori, visto che quello del cibo è il mercato che davvero riguarda tutti noi.
Per comprendere meglio cosa sta accadendo, al di là delle dichiarazioni, bastano gli ultimi dati Istat. A marzo l’indice dei prezzi al consumo è cresciuto dello 0,5%. Parrebbe poco, ma tutto si chiarisce leggendo il commento dell’Istituto di statistica: “A marzo 2026, secondo le stime preliminari, l’inflazione registra una risalita (+1,7%, dal +1,5% di febbraio), dovuta soprattutto all’accelerazione dei prezzi nel settore energetico (-2,3% da -6,6%). Un sostegno alla dinamica inflazionistica deriva anche dall’accelerazione dei prezzi degli Alimentari non lavorati (+4,4% da +3,7%), mentre un effetto di contenimento si deve al rallentamento dei prezzi di alcune tipologie di servizi, in particolare quelli ricreativi, culturali e per la cura della persona (+3,0% da +4,9%). La crescita su base annua dei prezzi del “carrello della spesa” è pari a +2,2% (da +2,0%)”. Detto in altro modo, a spingere in alto i prezzi sono stati proprio il costo dell’energia e quello degli alimentari. E non consola più di tanto sapere che negli altri paesi europei ci sono stati effetti sui prezzi più marcati. In Francia l’inflazione è passata dall’1,1 all’1,9 per cento, in Germania dal 2 al 2,8, e in Spagna dal 2,5 al 3,3, addirittura in Lussemburgo l’inflazione è arrivata al 3,8%.
La situazione d’altra parte non è certo migliore nel resto del mondo. In questo caso a fornire le informazioni più affidabili è la Fao. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura nel suo ultimo rapporto segnala che l’indice dei prezzi alimentari (che si riferisce ad un paniere di prodotti alimentari scambiati a livello globale), è arrivato in marzo a128,5 punti con un aumento del 2,4% rispetto a febbraio e dell’1,0% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Il dettaglio dei singoli comparti non cambia molto il quadro generale. I prezzi degli oli vegetali sono cresciuti del 5,1% rispetto a febbraio, raggiungendo un livello superiore del 13,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; quelli dei prodotti lattiero-caseari sono aumentati dell’1,2%, mentre quello dello zucchero è aumentato del 7,2% a marzo. Poteva andare peggio, ma, stando al commento del capo economista della Fao stessa, Máximo Torero, se “gli aumenti dei prezzi dall’inizio del conflitto sono stati modesti, dovuti principalmente all’aumento dei prezzi del petrolio e mitigati dalle abbondanti scorte globali di cereali”, se la guerra “si protrarrà oltre i 40 giorni, con costi di produzione elevati e margini di profitto bassi, gli agricoltori dovranno scegliere: continuare a coltivare allo stesso modo con meno risorse, ridurre la superficie coltivata o passare a colture che richiedono meno fertilizzanti. Queste scelte avranno un impatto sui raccolti futuri e influenzeranno l’approvvigionamento alimentare e i prezzi delle materie prime per il resto di quest’anno e per tutto il prossimo”. Ed è proprio ciò che aspetta il mondo a dover preoccupare più di ogni altra cosa: se la guerra continuerà, tutto peggiorerà ancora.