Fatti
Sembra incredibile il disinteresse che circonda una notizia di per sé funesta per l’intera società italiana e per il suo futuro. Dice il “Rapporto di previsione primavera 2026” di Confindustria che negli ultimi cinque anni 190mila giovani italiani hanno cercato fortuna all’estero, insomma sono emigrati per questioni economiche. E già lì, dà la dimensione di un’emorragia considerevole, dato il decrescente numero di giovani in Italia.
Quel che è drammatico è che se ne sta andando via il fiore dei ragazzi formati in Italia, i laureati: più della metà di quei 190mila erano medici, ingegneri, architetti, avvocati, manager, informatici… insomma un esercito di giovani qualificati che si è trasferito in Germania, Svizzera, Usa, Olanda, Gran Bretagna…
Per una ragione molto semplice: erano alla ricerca di un lavoro ben remunerato e con possibilità di carriera. Significa: qui in Italia i neo-laureati faticano ad inserirsi nel mondo lavorativo, laddove sono quasi sempre sotto-pagati e hanno carriere molto difficoltose. Mentre oltralpe le aziende straniere non faticano a spalancare le braccia per accoglierli.
Il dato trascura altre voci: infermieri, tecnici specializzati, artigiani ben formati, insomma quel lavoro di qualità che fa qualche tempo in Italia incomincia a rarefarsi. Perché se vanno via, non si trovano più qui. E ormai la carenza di personale di qualità è estesa ad ogni settore, in ogni zona d’Italia.
Che il problema sia il Belpaese nessuno lo mette in dubbio. Da noi eccelle la qualità della vita, tutto il resto no. Si assume con difficoltà, dopo molto tempo, con retribuzioni basse, con scarsa attenzione alle prospettive di carriera. Due le cartine di tornasole che certificano la situazione. Pochi di quei quasi 100mila laureati sono tornati in madrepatria dopo un certo periodo di tempo. E manca il flusso inverso, quello cioè di laureati o addetti specializzati stranieri che vengono a cercare lavoro in Italia.
Qui non stiamo parlando di generica manovalanza, insomma non di chi fa le pulizie dopo che è finita un’attività lavorativa, ma di chi fa un’attività lavorativa prima delle pulizie. Già la nostra economia è fatta di piccole e medie imprese con caratteristiche un po’ “provinciali” (conduzione strettamente familiare, inglese negletto…) e ancorate soprattutto alla “vecchia economia”. Ma la grande rivoluzione economica del mondo d’oggi è fatta di algoritmi e microchip, di crescita multinazionale e di concorrenza sempre più ampia. Le nostre università (non tutte) sfornano buoni laureati, che ormai – il giorno dopo la laurea – affrontano tutti il dilemma: ci provo qui o faccio un’esperienza all’estero?
Ecco: in troppi scelgono la seconda ipotesi. Anzi, l’hanno già pianificata, magari con l’aiuto dell’università. Una perdita netta che si assomma ad un’altra: seppur in calo, rimane un 15% di giovani in età lavorativa che non lavora né studia.
Politica, sistema economico e sistema formativo trovino la quadra per sfoltire sia i ranghi degli emigrati di lusso, sia quelli dei ragazzi senza arte né parte.