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La Chiesa di Padova è in festa per il dono dell’ordinazione presbiterale di tre giovani diaconi: don Tommaso Bolognesi, don Filippo Friso e don Marco Scagnellato. Essi hanno portato a compimento l’ultimo anno della loro formazione iniziale (perché la Chiesa chiede esplicitamente che la formazione dei presbiteri duri tutta la vita…) vivendo, sì, da seminaristi ma al di fuori del Seminario. Loro tre, infatti, hanno vissuto quest’ultimo anno trascorrendolo interamente in parrocchia, svolgendo anche un servizio diocesano e condividendo alcuni appuntamenti formativi con la nuova comunità del “Seminario insieme”, esperienza avviata nel settembre scorso – che attualmente ospita 21 seminaristi – e nata dall’iniziativa dei vescovi delle diocesi di Padova, Vicenza, Adria-Rovigo e Chioggia.
Il 26 aprile scorso, papa Leone, rivolgendosi a dieci giovani che stavano per ricevere l’ordinazione presbiterale dalle sue mani, li ha esortati dicendo: «Voi siete un canale, non un filtro». Con questa immagine il papa intendeva dire che il prete non è chiamato a distanziarsi e isolarsi dalle persone del nostro tempo, ma a creare contatti, aprire vie di comunicazione, inaugurare esperienze di comunione. Unione delle persone fra di loro e comunione con lo stesso Signore Gesù. Forse il papa ha utilizzato questa immagine sperando che i presbiteri non siano di ostacolo, ma di aiuto nel rapporto con il Signore e nelle relazioni fraterne all’interno delle comunità.
I presbiteri, infatti, hanno il compito di prendersi a cuore il “noi” della fede, vale a dire della declinazione comunitaria dell’esperienza cristiana, la quale, se si offre come vicenda senz’altro personale (la fede, infatti, è un’adesione personale liberamente scelta dal singolo soggetto), non è mai realizzabile tuttavia come fatto puramente individuale. In questo senso si può dire che i presbiteri sono in qualche modo i promotori e i custodi della edificazione delle comunità cristiane, le quali vivono dell’incontro con il Signore, nell’accoglienza del Vangelo e nella celebrazione dei segni sacramentali in cui Gesù stesso garantisce la sua presenza salvifica. Il Risorto, infatti, continua a prendersi cura della Chiesa e a garantire la sua presenza salvifica tramite il ministero ordinato e anche tramite tutti gli altri ministeri. Più precisamente potremmo dire che Gesù, oggi, continua le sue cure amorevoli per la Chiesa di Padova mediante il dono di don Tommaso, don Filippo e d.onMarco e anche attraverso tutti gli altri servizi ecclesiali che egli vorrà suscitare.
I tre novelli presbiteri in quest’ultimo anno di formazione, come s’è accennato, hanno potuto tenere contratti assai significativi con la vita della Diocesi risiedendo in parrocchia e svolgendo alcuni servizi diocesani. Più precisamente, don Tommaso ha svolto il suo servizio di diacono nelle parrocchie di Guizza, Bassanello e Santa Teresa di Gesù Bambino in Padova, prestando pure un servizio diocesano presso la Caritas a Padova; don Filippo ha vissuto il suo servizio diaconale nella collaborazione pastorale di Campodarsego e presso l’ufficio diocesano di Pastorale giovanile; don Marco ha svolto il suo ministero di diacono nelle parrocchie di Monselice, garantendo pure la propria presenza nell’ufficio di Pastorale delle vocazioni della Diocesi. Un anno assai intenso, vissuto con generosità ed entusiasmo, condiviso poi con gli altri seminaristi nelle occasioni di incontro.
Certo, il futuro riserverà loro delle belle sfide: ma siamo certi che saranno accompagnati dalla stima e dalla preghiera dell’intera comunità diocesana, dalle loro parrocchie, dai loro amici e dalle rispettive famiglie di origine. L’augurio che potremmo rivolgere loro, riprendendo le parole del papa, è che non facciano “da filtro” o da ostacolo, ma che tutti coloro che li avranno incontrati possano dire di avere in qualche modo incontrato lo stesso Signore Gesù che salva e che con saggezza e pazienza continua a edificare la sua Chiesa.

Le comunità parrocchiali di origine dei preti novelli li accoglieranno domenica 31 maggio per la loro “prima messa”: don Tommaso Bolognesi celebrerà alle 10 alla Santissima Trinità in Padova; don Filippo Friso presiederà le messe in Cattedrale durante tutta la giornata;
don Marco Scagnellato sarà nella sua parrocchia di Camin alle 10.30. Celebreranno, poi, nelle altre parrocchie dove hanno prestato servizio.
TOMMASO BOLOGNESI. Disponibile all’ascolto del Signore e degli altri
Padova – Santissima Trinità
Tommaso Bolognesi, 31 anni, è figlio di Michele e Maria Chiara Cavaliere; Giacomo, il fratello maggiore, è sposato con Elisa e sono da poco genitori. Ha vissuto un anno pastorale a Napoli e due esperienze di 15 giorni ad Amsterdam e in Palestina.
Don Tommaso, il 24 maggio diventi sacerdote. Come si vive questa attesa?
«Siamo vicini… e con i miei compagni siamo contenti. Mi sento particolarmente sereno, accompagnato dalla preghiera di tante persone che mi hanno detto che pregano per me, e sento che porta i suoi benefici. È una pace che mi viene data dal Signore per vivere questi giorni con la gioia, la trepidazione, l’emozione, ma anche con molta serenità di un percorso che mi ha portato fino a qui e di cui sono grato».
Quando si è presentata l’idea di “farsi prete” nel cammino di un giovane che stava facendo l’università?
«La mia testa diceva di no spesso, finché un prete ha avuto l’ardire di dirmi: “Ma ti vedrei bene come prete”. E lui neanche se lo ricorda, ma a me è rimasta questa domanda, che ha cominciato a farsi strada nella mia vita con gentilezza e senza imporsi. Mi ha portato a interrogarmi sulla mia fede, che non era matura. Con il tempo si è fatta strada, fino a decidere di fidarmi di una fede vista in tante persone: nella mia famiglia, nella mia parrocchia, in tanti preti».
Cosa trasforma un’intuizione in un passo concreto, in un donare la vita?
«Penso sia importantissimo coltivare una relazione con il Signore, con una semplicità d’animo nel dire: “Sono qua, mi metto a disposizione, vorrei capire cosa vuoi tu dalla mia vita”. Non contava il giudizio del mondo, ma la Chiesa che ho conosciuto, una Diocesi che sento essere stata grembo per la mia vocazione fin da bambino. Nel tempo ho cominciato a sentirla come casa, un posto in cui voglio spendermi».
Quali sono i “segni di primavera” che hai visto in questi anni nelle comunità che hai attraversato?
«Guardando alle difficoltà del Covid, arrivato durante il nostro primo anno in seminario, ho visto che non sono i grandi numeri a far fare esperienza di fede bella e profonda, ma le persone, chi c’è e chi si mette in gioco. Alla mia età, ho 31 anni, non ho sperimentato i grandi numeri narrati dai preti di una volta. Ho visto numeri veri, di persone che, se ci sono, è perché si mettono in gioco nella comunità, nella loro relazione con il Signore. Il coraggio è dato da una verità che non è scontata: non è essere parte di una cultura cristiana, ma di una Chiesa consapevole, e bisogna crederci per essere lì».
Come ti vedi tra 20-30 anni nel tuo ministero?
«Mi vedo ancora sereno: spero che le radici piantate in questi anni siano la capacità di attingere a qualcosa di solido, a una relazione vera con il Signore. E di pormi in gioco con tutte le sfide, con tutta la mia personalità, mettendola a disposizione di una Chiesa che nei suoi ministeri si fa anche carismi, al servizio di un’unica Chiesa».
Che prete speri di essere?
«Disponibile. Spero di non perdere mai questa disponibilità all’ascolto delle persone e della volontà del Signore».
FILIPPO FRISO. Collaborare al bene perché possa crescere
Padova – Cattedrale
Nato 27 anni fa, dopo gli studi classici entra in Seminario, vivendo la formazione e il servizio per tre anni a Tencarola, due a Caselle de’ Ruffi e Murelle. Dopo il baccalaureato è inviato in Brasile presso le missioni padovane operative nella Diocesi di Roraima.
Don Filippo, come ci si sente a diventare prete qui a Padova?
«Il primo sentimento è quello di una grande gratitudine nei confronti del Signore, della sua Chiesa, questo segno nel mondo della sua presenza. Poi anche speranza in un futuro buono, luminoso per la nostra Chiesa, per il mondo. Un “minestrone” di sentimenti e di pensieri buoni che sbocciano nel cuore quando ci si affida alla Provvidenza. È tanto tempo che ci prepariamo. Penso sia arrivato il tempo, un po’ come quando hai il costume addosso e ti tuffi in piscina, di buttarsi così in braccio alla Provvidenza, nelle mani di chi è veramente fedele».
Come nasce questa idea di donare la vita?
«Non posso saperlo fino in fondo. Conosco la mia storia finora, ma la totalità la scoprirò alla fine, perché essa stessa resta un mistero grande. Quello che si può condividere è che il Dio che Gesù ci ha mostrato non è un Dio muto, ma che parla, che chiama tutti gli uomini alla vita. E chi questo lo percepisce o ha la fortuna di poterlo incontrare, poi per ciascuno prende la sua direzione a seconda del cammino, degli incontri e delle scelte che si maturano in dialogo con la Chiesa».
Diventare prete oggi in un’epoca post-cristiana come ti sfida e cosa pensi di poter donare?
«La prima cosa è che il primo a donare non sono io: è Gesù che ha donato tutto se stesso. La nostra è una risposta, e questo mi mette tanta pace. La sfida è grande, ma i confronti con altre epoche non hanno troppo senso. Viviamo all’interno di una storia che ha un Signore ed è proprio Gesù. È lui che ha dato la vita per noi. Il nostro è un tentativo di risposta insieme a tanti fratelli cristiani, e non solo, perché il Signore ha anche altre pecore che vengono da altri recinti».
Hai trascorso l’anno prima del diaconato in missione tra Brasile e Venezuela. Cosa ti ha dato?
«La docilità all’azione dello Spirito e un’apertura al mondo. Inevitabilmente diventiamo preti qua, non possiamo prescindere da un luogo. Ma se è una chiamata del Signore, eccede questo, va oltre, è per il mondo. La grande sorpresa è che lo Spirito Santo ti precede e ti interpella. Non sei tu il primo a portare qualcosa: c’è un’opera che è prima di te. Respirare l’Amazzonia, per me, è lodare il Signore che sta operando oltre quello che conosciamo. E permette di relativizzare tante cose che qui sembrano imprescindibili».
Diventerai prete in un tempo in cui crescono i ministeri battesimali. Cosa pensi di poter fare?
«Mi sento sereno, perché c’è già un sottobosco di bene nelle nostre comunità. Si tratta di riconoscerlo, valorizzarlo, cercare un linguaggio comune. Il bene mi precede, e io tenterò di collaborare perché possa crescere. Non possiamo essere attendisti, siamo in prima linea per remare tutti in una direzione, ricercando l’unità di Cristo».
Che prete speri di essere?
«Un prete il più possibile simile a Cristo pastore, amico di questa umanità».
MARCO SCAGNELLATO. Contagiare con una gioia che non ha fine
Padova – Camin
Ha 29 anni e attualmente presta servizio presso alcune parrocchie del comune di Monselice. Negli anni del Seminario ha camminato con le parrocchie di Villafranca Padovana e Campolongo Maggiore. È coinvolto nel percorso “ChiamalaVita” (Pastorale delle vocazioni).
Don Marco, come stai vivendo il diventare prete nella Diocesi di Padova?
«Sono giorni belli, emozionanti, carichi di tanti pensieri. Li sento sostenuti da tante preghiere, da persone incontrate in questi anni, da persone che in parrocchia mi stanno accompagnando con un saluto, uno sguardo, una semplice domanda, un “allora, ti senti pronto?”. Sento che stanno camminando insieme a me».
Qual è stato il momento in cui per la prima volta hai pensato “io potrei diventare prete”?
«Non riuscirei a definirlo con una data. È stato un periodo in cui sentivo la difficoltà nel pensarmi felice. Dopo i primi studi universitari, ho voluto farmi la domanda: “Ma tu, Marco, dove ti senti felice? Cosa vuoi fare da grande?”. E poi piano piano si è inserita la domanda: “Cosa Dio vuole dalla mia vita?”. Da lì è iniziato il percorso alla ricerca di questa cosa che potesse rendermi felice. Finché non ho incontrato Dio, ho iniziato a conoscerlo sempre più e a chiedermi: “Ma perché non prete diocesano?”».
In un’epoca di secolarizzazione, che cosa significa essere cristiano oggi?
«Significa innanzitutto essere uomo di relazione. E riprendo la frase che ho scelto per l’invito all’ordinazione: “Essere uomo pieno di gioia”. Quella gioia che nasce dall’incontro con Dio; quella nata in Zaccheo dopo che ha incontrato Gesù; quella che ci fa dire che incontrare Dio, stare con Dio, credere in Dio è bello. Una gioia molto contagiosa per chi cammina con noi tutti i giorni».
Diventare sacerdote significa anche lasciare tante strade. Cosa senti di aver lasciato, e qual è il dono inaspettato?
«Inizio dal dono inaspettato, perché mi aiuta a non pensare alle tante cose che abbiamo lasciato. Il dono grande sono le persone. Mi sono accorto di come questa scelta, questo iniziare a camminare in Seminario verso l’ordinazione, mi abbia fatto incontrare moltissime persone e intessere tante relazioni, che hanno fatto sì che diventassi quello che sono e che potessi continuare nel cammino serenamente, nella gioia».
A cosa è chiamato principalmente il sacerdote oggi?
«A relazioni belle. A stare con le persone, a portare la propria testimonianza, a portare se stesso. Non in tante cose da dire e da fare, perché forse i tempi del fare stanno scemando. Col nostro essere, col nostro stare, uomini di relazione che sanno stare in mezzo alle persone».
Come ti senti chiamato a interagire con la sfida dei ministeri battesimali?
«Nella collaborazione piena insieme a quelli che saranno istituiti ministri. Nello scoprire insieme a una comunità i carismi che ognuno ha e può mettere al servizio degli altri. Camminare insieme per guidare una comunità».
Che prete speri di essere?
«Un prete con ancora quella gioia forte che ha fatto scendere Zaccheo dall’albero, quel giorno quando Gesù è passato sotto. Una gioia contagiosa, che rimanga».

La comunità del “Seminario insieme” fa festa con Tommaso, Filippo e Marco per la loro ordinazione presbiterale. Nata dal desiderio dei vescovi di Padova, Vicenza, Adria-Rovigo e Chioggia di mettere in comune le tradizioni educative dei rispettivi Seminari e di riunire tutti i seminaristi in una vita comunitaria condivisa, l’esperienza ha aperto i battenti il 29 settembre 2025 presso Casa Madre Teresa, a Sarmeola.