Ice, la caccia ai migranti arriva negli aeroporti Usa: la Chiesa in prima linea
Un'auto dell'ICE sulla pista di New York riaccende la paura di essere scambiata per una migrante. L'agenzia ha esteso i controlli agli aeroporti, colpendo anche religiosi e persone regolari. In Texas e Florida cresce anche la protesta cattolica, mentre i fondi aumentano e Alligator Alcatraz chiude per costi insostenibili
epa13116352 Members of Union del Barrio and the Community Self-Defense Coalition rally calling for justice in the deaths of Lorenzo Salgado Araujo and Johan Sebastian Duran Guerrero, and advocating for changes to federal immigration enforcement policies, at the intersection of Central and Vernon Avenue in South Central Los Angeles, California, USA, 16 July 2026. EPA/CHRIS TORRES
Sulla pista dell’aeroporto, al ritorno a New York, c’è una macchina blu scuro con la scritta gialla ICE sulle portiere e la sirena lampeggiante. Fuori, due agenti delle forze anti-immigrazione,armati. Nei miei tanti viaggi negli Stati Uniti avevo incrociato pattuglie dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) a Washington e in varie città del Texas e del Sud del Paese, mai qui, nella città che da anni chiamo casa. Istintivamente controllo che il passaporto americano sia nella tasca esterna dello zaino. Ne tengo anche una fotocopia nel portafoglio. Sono cittadina statunitense da quasi tre anni, ma per il colore dei miei capelli e i miei tratti vengo spesso scambiata per latinoamericana: per strada mi parlano in spagnolo prima che in inglese. Da quando le operazioni dell’ICE sono state rafforzate non soltanto ai confini, ma nelle grandi metropoli, quella divisa non mi rassicura. Mi mette in allarme. È una sensazione nuova e scomoda: sentirsi vulnerabili nel Paese di cui si porta il passaporto. Non è soltanto una percezione. Nelle ultime settimane l’ICE ha aperto un nuovo fronte negli aeroporti. Secondo documenti ottenuti dal New York Times e testimonianze di avvocati per l’immigrazione, agenti in borghese hanno fermato viaggiatori ai banchi del check-in e ai gate in almeno 15 scali, prendendo di mira anche persone con visti scaduti ma con pratiche pendenti per rinnovi, permessi di lavoro o green card. Tra i casi ricostruiti figurano coniugi di cittadini americani, lavoratori qualificati e richiedenti asilo. L’amministrazione Trump ha fissato per l’ICE un obiettivo di circa 2.000 arresti al giorno, il doppio del ritmo di inizio anno.
La stretta sposta così il confine tra chi è considerato irregolare e chi fino a ieri viveva in una zona giuridica sospesa, in attesa che lo Stato decidesse sulla sua domanda. E trasforma luoghi ordinari — un aeroporto, una strada, un parcheggio — in spazi di controllo. Il 13 luglio a Biddeford, nel Maine, Johan Sebastián Durán Guerrero, colombiano di 26 anni, padre di una bambina e autorizzato a lavorare negli Stati Uniti, è stato ucciso durante un’operazione dell’ICE. La governatrice Janet Mills ha chiesto al Congresso di intervenire per riformare radicalmente l’agenzia, affermando che, se questo non fosse possibile, sarebbe arrivato il momento di abolirla. Anche la città di Biddeford ha chiesto giustizia, trasparenza e responsabilità. La protesta attraversa anche le comunità religiose. In Texas, Nepthalí Zozaya Saucedo e Cinthia Saraí Cardona Otero, pastori assistenti della Comunidad Cristiana Emanuel, sono stati fermati il 23 luglio mentre si recavano a un ritiro della Billy Graham Evangelistic Association. Secondo i responsabili delle Assemblee di Dio, erano entrati legalmente negli Stati Uniti e avevano visti religiosi validi. La coppia ha raccontato di pressioni per firmare documenti di partenza volontaria e della prospettiva di una lunga separazione dai tre figli piccoli. Sono stati rilasciati due giorni dopo, mentre intorno alla loro vicenda si mobilitavano leader religiosi e rappresentanti politici.
A Socorro, pochi chilometri da El Paso, è invece una comunità cattolica a opporsi alla trasformazione di vecchi magazzini in un enorme centro di detenzione. Tra i protagonisti ci sono i parrocchiani de La Purisima, gli stessi che decenni fa avevano combattuto per portare acqua corrente e fognature nella zona. Oggi temono che migliaia di detenuti possano gravare su risorse idriche ancora fragili. La questione umanitaria si intreccia così a quella ambientale: difendere chi viene detenuto significa anche difendere la comunità che dovrebbe ospitarlo. Mentre crescono le contestazioni, crescono però anche le risorse a disposizione dell’apparato federale. Il 9 giugno la Camera ha approvato per 214 voti contro 212 un pacchetto da quasi 70 miliardi di dollari destinato a ICE e Border Patrol fino alla fine del mandato di Trump. Il presidente lo ha poi firmato: circa 38 miliardi sono destinati all’ICE e 26 alla polizia di frontiera. Quanti di questi fondi stanziati si riveleranno efficaci e ben spesi sarà da dimostrare, oltre la retorica. Il centro di Alligator Alcatraz in Florida, inaugurato dallo stesso presidente, con iperboli e minacce, nel giugno 2025, ha chiuso i battenti a metà luglio per costi di gestione insostenibili. In 350 giorni di operatività sono stati spesi circa 3,4 milioni di dollari al giorno per un totale di 1,2 miliardi, quando la detenzione in una struttura ordinaria costa 167 dollari. Queste cifre hanno davvero garantito la sicurezza che promettevano? È qui che torna l’immagine della pista di New York. Un’auto blu scuro, due agenti armati, un passaporto controllato quasi per riflesso, mentre la sicurezza sembra molto più difficile da garantire ai cittadini, a me e ai miei compagni di viaggio.