Idee
In Italia ci sono oltre due milioni di famiglie in povertà energetica, pari a più del 9 per cento del totale. A condurre la misurazione rilasciata nei mesi scorsi è stato l’Osservatorio italiano sulla povertà energetica, Oipe, che, partendo da dati Istat, offre un quadro sull’anno precedente. Sono, invece, oltre 315 mila i veneti a soffrire in questo senso e la Caritas diocesana di Padova segnala di aver erogato 1.484 sussidi nel 2025 per contribuire al pagamento delle bollette di luce, gas e acqua. È solo la punta dell’iceberg di un problema che le Caritas affrontano spesso a livello vicariale o che, addirittura, rimane confinato nell’alveo della Caritas parrocchiale, rendendo difficile raccogliere dati completi a livello centrale. «Siamo dentro i confini del grande problema dell’abitare – spiega don Marco Galletti, responsabile della Caritas diocesana di Padova – che attiene al trovare casa ma anche al riuscire poi a mantenerla. Il problema che riscontriamo in alcune persone che si rivolgono ai nostri sportelli è nella gestione economica: chi la casa ce l’ha, ma fa fatica ad amministrare le proprie risorse per poterla mantenere. È qui che si inserisce la difficoltà con le bollette».
A livello nazionale, la situazione è particolarmente grave nel Mezzogiorno, con Puglia e Calabria ai vertici della classifica con una percentuale doppia rispetto alla media nazionale, mentre appare più contenuta nelle Marche, nel Lazio e in Friuli. Il quadro si fa più teso nei piccoli centri rispetto alle grandi città, e l’incidenza delle famiglie in povertà energetica aumenta quando almeno uno dei componenti è straniero.
«I dati – fa notare la Cgia di Mestre che tra gli altri ha ripreso nelle sue analisi il rapporto Oipe – si riferiscono al 2024. Tuttavia, alla luce dei recenti rincari dei prezzi dell’energia elettrica e del gas registrati dopo lo scoppio del conflitto in Iran, è molto probabile che la situazione sia destinata a peggiorare, con un aumento generalizzato della povertà energetica in tutto il Paese».
Specie nel breve periodo, infatti, il consumo di energia tende a essere anelastico rispetto ai cambiamenti di prezzo: la mancanza di sostituti immediati, i consumi dettati dalla necessità e una serie di vincoli tecnologici e infrastrutturali rendono quasi impossibile rimpiazzare rapidamente le fonti di approvvigionamento. Una situazione di quasi assoluta dipendenza. La risposta a queste fragilità è affidata anche a bonus che rischiano di escludere alcuni soggetti vulnerabili.
«I bonus elettricità e gas ci sono – mette in chiaro Paola Valbonesi, docente di economia dell’Università di Padova e presidente di Oipe – e sono migliorabili sia nell’erogazione che nella eleggibilità per riuscire a essere più efficaci. Oipe suggerisce di disegnare un bonus unico per l’energia attentamente calcolato in base a Isee, zona climatica, composizione familiare, e accreditato direttamente sul conto corrente del fruitore, sul modello dell’assegno unico per i figli. Inoltre, circa politiche mirate ed efficaci, il suggerimento dell’Oipe è di metter a terra un piano per l’edilizia residenziale pubblica dove ci sono sicuramente dei soggetti vulnerabili che avrebbero beneficio da interventi di efficientamento dell’abitato, anche in termini di riduzione delle bollette».
Maggiore efficienza e risparmio, specie nell’edilizia pubblica, sono tematiche che riecheggiano anche nelle riflessioni della Caritas diocesana. «Cosa vuol dire risparmio energetico in strutture dove non hai il potere di agire in prima persona su luce e gas?» si chiede don Galletti.Il Pnrr, in questo senso, ha finanziato diversi interventi offrendo agli enti la possibilità di installare pannelli fotovoltaici e arginare le dispersioni degli edifici: briciole, nel complesso, che è ancora presto per quantificare sia nell’ammontare sia nell’efficacia. Anche il Superbonus 110 per la ristrutturazione degli immobili, osservava in un precedente rapporto Oipe, pur avendo movimentato 160 miliardi di euro e oltre 1.400 cantieri, ha interessato le case popolari per appena 3 miliardi. Allo stesso modo, le comunità energetiche rinnovabili sono ben lontane dall’aver già svolto un ruolo incisivo: la volontà c’è, l’entusiasmo non manca, ma i tempi di implementazione rimangono lunghi e la normativa non ha aiutato, imponendo obblighi complessi e di difficile assorbimento.
«Bisogna che le persone siano consapevoli che l’energia deve essere prodotta con meccanismi alternativi – chiarisce Valbonesi – Bisogna andare verso le rinnovabili, certo, ma non è così immediato sposare un nuovo modello di produzione di energia. In particolare, può non essere semplice per famiglie vulnerabili, che sbarcano il lunario di giorno in giorno, esser parte di questa transizione energetica che implica costi nuovi e spesso non è semplice nemmeno sotto il profilo burocratico, si pensi alle Cer, dato che il legislatore ha strutturato un quadro normativo decisamente complesso per il loro sviluppo».
Cooling poverty è l’inglesismo del momento. È il corrispettivo anglofono della povertà energetica di casa nostra, una branca della fragilità ancora non è entrata nella coscienza comune. Mantenere temperature vivibili in casa è sempre più complesso per chi ha meno e magari vive in periferie più cementificate e meno alberate, rispetto alle zone residenziali in cui risiede chi ha maggiori possibilità finanziarie. Anche il caldo estremo di queste settimane contribuisce ad aumentare la disparità tra ricchi e poveri. L’Italia ha contato nello scorso anno ben 4.597 vittime per il caldo estremo a fronte di 278 allarmi massimi emessi dal Ministero della salute: un record destinato a essere battuto già nel 2026. A pesare come un macigno è il consumo di suolo che continua imperterrito. In Italia, ogni secondo vengono cementificati 2,7 metri quadri di superficie.