Fatti
“Ci sono nel mondo tanti segni di rivolta e di protesta, in molti Paesi dove la politica accende la violenza e finisce sulle piazze e nei tribunali”. Non è il passaggio di un commentatore di questi giorni, ma è quanto scriveva Aldo Moro in un articolo del maggio 1968. E così proseguiva: “Ai giovani voglio dire che mi rendo conto del loro disagio e che sinceramente comprendo la loro aspirazione a modificare in meglio il mondo che li circonda…Dicano, dunque, discutano, si organizzino per affermare i loro principi, le loro aspirazioni, ma non si isolino…e soprattutto non disprezzino, per un eccesso polemico, tutto ciò che è stato fatto”. Parole illuminanti, che vale la pena riportare non tanto per stabilire parallelismi semplificatori rispetto a fenomeni sociali per molti versi inediti, quanto per sottolineare lo sforzo che lo statista democristiano (ucciso dalle Br, non dimentichiamolo) andava compiendo nel dibattito pubblico per cercare di comprendere quelle dinamiche che agli occhi dei suoi contemporanei apparivano altrettanto sconcertanti di quelle odierne.
E’ una prospettiva non dissimile da quella evocata dal presidente della Repubblica quando afferma che “ogni violenza è inaccettabile” e che, per elaborare “una attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso da soggetti inediti”, è necessaria “un’analisi intelligente e approfondita”. Senza un’analisi di questo genere è impossibile anche realizzare un’efficace azione di contrasto ed è per questo che è insensato contrapporre comprensione e fermezza. E’ vero esattamente il contrario.
Il secondo, temutissimo sabato di manifestazioni si è svolto senza gli eccessi violenti di quello precedente. Le misure messe in campo per tutelare l’ordine pubblico nel complesso hanno funzionato. Il che se da un lato va ascritto a merito di chi vi ha provveduto, dall’altro autorizza a domandarsi se non fosse possibile agire preventivamente anche nella precedente occasione. Il punto è che non è realisticamente (e politicamente) possibile ridurre tutto a ordine pubblico, almeno nell’accezione poliziesca che questo termine ha assunto nel tempo. Non è possibile perché gli eccezionali meccanismi di protezione attivati non sono replicabili a lungo e in ogni circostanza, ma soprattutto perché le radici del problema affondano in un disagio collettivo che va affrontato con altri strumenti. Si è scritto e letto in questi giorni che parlare di disagio sia un modo di giustificare e assolvere i violenti. Potrebbe diventarlo, ma solo all’interno di un discorso pubblico teso a strumentalizzare i fatti in chiave politico-elettorale, senza tenere conto che si tratta di fenomeni di natura transnazionale se non addirittura planetaria.
Motivi razionali che alimentano la protesta sociale non mancano. Sarebbe ingiusto caricarli tutti sul governo attuale, anche se l’esecutivo più longevo della storia repubblicana non può a sua volta scaricare i problemi sui precedenti come se le forze che lo sostengono fossero ancora all’opposizione. E non può ridursi a rispondere sistematicamente con nuovi reati e nuove carceri ogni volta che la cronaca lo sollecita in questo senso. Si è perso il conto dei “decreti sicurezza” emanati e ormai dovrebbe essere chiaro che non funzionano. Ma se dall’altro fronte non si riesce a incalzare efficacemente Giorgia Meloni e si suoi alleati, è del tutto improbabile che il governo cambi direzione a meno di un anno dal voto.