Fatti
Quando un giovane non esce di casa per sei mesi, un anno, talvolta addirittura per decenni, non è pigrizia, non è dipendenza da videogiochi, non è semplice depressione. È una strategia di sopravvivenza psichica, un modo per sfuggire a una sofferenza che il ragazzo percepisce come insostenibile. Il termine hikikomori (composto dalle parole giapponesi hiku, “tirare indietro”, e komoru, “rinchiudersi, isolarsi”) descrive esattamente questo: il progressivo ritiro dal mondo esterno fino al completo isolamento domestico. Quello che affascina e al contempo preoccupa gli specialisti di psicologia clinica e di comunità è che questo fenomeno, nato e studiato principalmente in Giappone negli anni ’90, si sta diffondendo sempre più in Occidente, Italia compresa, assumendo caratteristiche culturalmente specifiche ma invariabilmente legate a forme profonde di sofferenza psicologica e disagio relazionale. Analizziamo il fenomeno in profondità: cosa significa veramente essere hikikomori, quanti giovani in Italia sono affetti da questa condizione, le cause psicologiche e sociali che vi conducono, e soprattutto come affrontare e curare questo disagio partendo da una prospettiva che non stigmatizza, ma comprende. Secondo le linee guida consolidate nella comunità scientifica internazionale, per parlare propriamente di hikikomori devono sussistere simultaneamente tre condizioni fondamentali:
Un dato allarmante emerge dal confronto temporale. Nel 2019, la prevalenza di adolescenti in “ritiro sociale estremo” era stimata al 5%. Nel 2022, questo dato era salito al 9,7%. Nel 2025, raggiunge il 10%. In sei anni, il fenomeno è quindi raddoppiato. Quando esaminiamo questi numeri, la realtà diviene ancora più preoccupante. Si sta parlando di una intera generazione, letteralmente milioni di giovani europei e mondiali, che sperimenta isolamento volontario prolungato. Non è più un fenomeno “strano” e marginale; è una crisi evolutiva collettiva. Storicamente, il fenomeno è stato considerato prevalentemente maschile (con percentuali del 80-90% di maschi). Tuttavia, la ricerca recente suggerisce una significativa sottostima della componente femminile. Le ragazze, quando si isolano, lo fanno spesso in maniera più “silenziosa”, restano in casa, ma non chiuse in camera; mantengono contatti limitati con familiari; la loro sofferenza è meno evidente, talvolta interpretata come “ragazza tranquilla” piuttosto che come patologia. L’isolamento inizia caratteristicamente durante l’adolescenza media (intorno ai 15 anni), spesso con un motivo specifico (fallimento scolastico, rifiuto peer, episodio umiliante). Quando esaminiamo la psiche di un giovane hikikomori, scopriamo che il ritiro non è una scelta capricciosa o un semplice effetto della pigrizia adolescenziale. È, piuttosto, una strategia difensiva contro una sofferenza insopportabile. Comprendere questa dinamica è fondamentale per evitare stigmatizzazione e giudizio. A differenza della colpa (sentimento che sorge quando una persona ritiene di aver fatto qualcosa di sbagliato), la vergogna è il sentimento che fa percepire una persona sbagliata. Ecco il meccanismo psicologico sottostante: L’Ideale dell’Io Elevato: Durante l’infanzia e la prima adolescenza, il giovane ha interiorizzato un’immagine idealizzata di sé stesso. Questa immagine viene costruita da molteplici fonti: le aspettative esplicite dei genitori, gli standard scolastici, la cultura della performance che pervade la società contemporanea. L’Ideale non è semplicemente “essere bravo a scuola”; è “essere eccellente, brillante, capace di fare quello che nessun altro riesce a fare”. L’Incontro con la Realtà: A un certo punto dell’adolescenza (spesso coincidente con il passaggio da scuola primaria a secondaria, o da secondaria a università), il giovane si confronta con la realtà. Scopre che non è il più intelligente della classe; che i compagni lo ignorano; che il suo aspetto fisico non corrisponde agli standard di bellezza pubblicizzati; che i suoi insegnanti lo criticano o lo ignorano. In altre parole, il Sé Reale non corrisponde all’Ideale dell’Io. La Ferita Narcisistica: Questa discrepanza genera una profonda ferita narcisistica. Non è una semplice tristezza (avrei potuto fare meglio). È un senso di essere difettoso, di essere fondamentalmente inadeguato. È il sentimento: “Io non sono un valore aggiunto al mondo; sono un peso”. La Ricerca della Stanza: In questo stato di sofferenza insostenibile, il giovane scopre che c’è un luogo dove la vergogna non esiste: la stanza. Dentro la stanza, non c’è lo sguardo degli altri. Senza lo sguardo altrui, non c’è giudizio. Senza giudizio, la vergogna diminuisce. La stanza diviene, dunque, uno spazio di autocura disfunzionale, il ragazzo sa di stare peggio, ma nel breve termine, la riduzione dell’ansia è tangibile. Molte storie di hikikomori iniziano con un episodio di rifiuto scolastico. Il ragazzo inizia a saltare le lezioni, principalmente per ansia. Questa ansia non è vaga; è specifica: paura del giudizio dei compagni, paura di sbagliare di fronte alla classe, paura che il suo “falso sé” (quello che mostra agli altri) venga smascherato rivelando l’incompetenza sottostante. Da un punto di vista cognitivo-comportamentale, la scuola diviene associata all’ansia. Il processo di evitamento condizionato inizia: “Se non vado a scuola, non provo ansia”. Nel breve termine, questo funziona. Nel medio-lungo termine, però, l’evitamento rinforza la paura. La mente inconscia arriva a questa conclusione: “La scuola deve essere pericolosa, altrimenti non la eviterei a questo punto”. L’ansia, invece di diminuire, si cronicizza. Con il tempo, l’evitamento si espande: dai compagni di classe ai compagni in generale; dalla scuola a tutti i luoghi pubblici; dal mondo offline al comportamento anche verso i familiari in casa. Il giovane finisce rinchiuso non solo nella stanza, ma nella gabbia della propria mente. Se la psicologia clinica ci dice “cosa accade dentro il ragazzo”, la psicologia di comunità ci domanda: “Quale ambiente ha favorito questa sofferenza?” Iniziamo dal microsistema più prossimo, ovvero la famiglia, dal cosiddetto “Grande Piano Genitoriale”: Questo concetto, sviluppato dagli psichiatri Piotti e Pietropolli Charmet, è forse la chiave per comprendere molti casi di hikikomori. Il “Grande Piano” consiste nelle proiezioni narcisistiche che i genitori, soprattutto madri, pongono sul figlio. Non si tratta necessariamente di genitori malvagi o consapevolmente crudeli. Sono spesso genitori amorevoli che, consciamente o inconsciamente, investono il figlio di una missione: realizzare ciò che essi non hanno realizzato. Ecco alcuni esempi reali:
Il Grande Piano non è imposto con violenza. È sedimentato attraverso sguardi, silenzi, commenti apparentemente innocui (“Che voti hai preso?”, “Gli altri ragazzi della tua classe hanno finito il compito?”, “Non potete andare al mare; dobbiamo studiare”). È trasmesso attraverso la comunicazione non verbale: il volto della madre che si illumina quando il figlio racconta un successo, che si oscura quando riferisce di una difficoltà. La Dinamica Madre-Figlio Simbiotica: Accanto al Grande Piano, emerge un’altra dinamica critica: la relazione simbiotica tra madre e figlio. La madre diviene, nel tempo, la fonte quasi esclusiva del supporto emotivo del figlio. In questa configurazione, il figlio sviluppa una dipendenza dalla madre non per mancanza di autonomia (come erroneamente talvolta viene interpretato), ma per legittima necessità emotiva rimasta insoddisfatta dal padre. La madre, dal canto suo, spesso collide con questa dipendenza, non consapevolmente, ma per il fatto che essa soddisfa anche i suoi bisogni narcisistici (essere indispensabile, essere amata dal figlio). Quando il figlio adolescente, naturalmente, inizia a volersi separare dalla madre e a costruire una propria identità indipendente, accade un “corto circuito”. La madre sente il rifiuto come un tradimento personale. Il figlio avverte la reazione della madre come una punizione per i suoi tentativi di autonomia. Il risultato è un conflitto irrisolto dove il figlio rimane prigioniero: non può essere sé stesso (perché tradirebbe la madre), ma neppure può rimanere il “bambino buono” (perché l’adolescenza richiede cambiamento). La chiusura in stanza, da questo punto di vista, è una soluzione compromissoria: il ragazzo rimane fisicamente nella casa (mantenendo la vicinanza alla madre), ma psicologicamente distante (chiudendo la porta). È come dire: “Ti amo, ma non posso essere quello che vuoi che io sia”. Nel caso degli hikikomori, il mesosistema cruciale è la connessione (o piuttosto la disconnessione) tra la famiglia e la scuola. Il ragazzo inizia a saltare la scuola. Il preside invia una lettera ai genitori. I genitori rimproverano il figlio. Il figlio rimane silenzioso, non spiega cosa lo turba. La scuola non indaga profondamente; invia ulteriori avvisi di inadempienza. I genitori, sentendo la pressione della scuola, aumentano la pressione sul figlio. Il figlio, sentendo più pressione, si ritira ulteriormente. Nessun attore ha davvero compreso il problema. La scuola vede un “ragazzo pigro che non viene a lezione”. La famiglia vede un “figlio ribelle che non ci ascolta”. Il ragazzo, nel mezzo, sente che nessuno lo capisce davvero. Un’alleanza educativa solida tra scuola e famiglia, dove ci sia ascolto reale della sofferenza del giovane, potrebbe interrompere questo circolo. Ma questo raramente accade. La conseguenza è che il ragazzo si sente incompreso e abbandonato da tutti gli adulti che avrebbe dovuto potesse aiutarlo. Infine, il macrosistema, la cultura complessiva nella quale il ragazzo vive. La nostra società contemporanea (sia in Giappone che sempre più in Occidente) è costruita su una mitologia della performance continua. L’identità non è percepita come un dato stabile (“Io sono una persona di valore per il semplice fatto di esistere”), ma come un risultato da conquistare continuamente (“Io sono il mio ultimo voto, il mio ultimo post, il mio ultimo like, il mio ultimo stipendio”). In una società così strutturata, non c’è diritto al fallimento. Il fallimento non è una fase educativa naturale (come dovrebbe essere); è una morte sociale precoce. Un ragazzo che prende brutti voti non è semplicemente “qualcuno che sta imparando”; è un “fallito”. Un ragazzo che non ha molti amici non è “introverso”; è un “perdente”. Per un ragazzo psicologicamente fragile, con bassa resilienza, con un Ideale dell’Io già elevato per pressione genitoriale, vivere in questa società equivale a vivere in una giungla dove non ci sono tregue, dove il riposo è interpretato come pigrizia, dove la vulnerabilità è interpretata come debolezza. L’hikikomori, in questo senso, è una forma di protesta silenziosa. Nel prossimo articolo analizzeremo le possibili strategie per aiutare concretamente i nostri giovani che vivono questo disagio.