Papa Francesco, dal 31 gennaio al 2 febbraio, ha trascorso tre giorni nella Repubblica democratica del Congo come «pellegrino di pace e di riconciliazione». Il momento più toccante: l’incontro con le vittime della violenza nell’Est del Paese. «Pas de corruption», l’appello fuori programma davanti a 65 mila giovani. «Giù le mani dalla Repubblica Democratica del Congo, giù le mai dall’Africa!». Oltre un milione di persone hanno partecipato alla messa a Kinshasa in cui ha pregato di «spezzare il circolo della violenza, smontare le trame dell’odio». In silenzio il papa ha ascoltato le vittime della violenza nella parte orientale del Paese, in cui non ha potuto recarsi per questioni di sicurezza. A parlare sono state soprattutto le donne, come Bijoux, che a 14 anni è stata violentata ripetutamente ogni giorno, per 19 mesi, dal comandante di una brigata di ribelli sopraggiunti nel suo villaggio e ora stringe a sé due gemelli frutto di quelle violenze, che sono stati oggetto delle tenere carezze del papa. È stato il momento più commovente dei giorni di Francesco nella Repubblica democratica del Congo, quello in cui le vittime della guerra, dei conflitti, dell’odio hanno deposto davanti al grande crocifisso sotto il quale era seduto il papa i simboli delle loro atroci torture – un machete, un coltello, una lancia, l’uniforme dei guerriglieri, la stuoia dove venivano perpetrati gli abusi – per dimostrare che il perdono è possibile, anche tra le atrocità più disumane e disumanizzanti, se si è in grado di «smilitarizzare il cuore», come ha chiesto il papa nel suo discorso, esortando ogni abitante del Paese a divenire costruttore responsabile del suo futuro: “sì” alla riconciliazione, “no” alla rassegnazione.