Fatti
In Italia oltre un adolescente su quattro cresce a rischio di povertà ed esclusione sociale, la fragilità non è più soltanto una condizione economica, ma diventa una cornice emotiva e cognitiva dentro cui i giovani costruiscono la propria identità, le aspettative e il rapporto con il futuro. Lo raccontano con forza i dati della XVI edizione dell’Atlante dell’Infanzia a rischio in Italia di Save the Children, pubblicato recentemente. In questo contesto si inserisce un fenomeno nuovo e trasversale: l’uso dell’intelligenza artificiale come strumento di sostegno emotivo. L’analisi mostra come il 42% degli adolescenti italiani si rivolga all’IA nei momenti di tristezza, solitudine o ansia, e una percentuale analoga la utilizzi per orientarsi nelle scelte più delicate, dalle relazioni alla scuola, fino al lavoro. L’IA diventa una sorta di “psicologo tascabile”, sempre disponibile e privo di giudizio. Ne parliamo con Daniela Chieffo, professore di Psicologia generale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e direttore dell’unità di psicologia clinica presso il Policlinico Gemelli Irccs.
L’IA sta diventando lo “psicologo tascabile” dei nostri adolescenti. Quali sono le ragioni di questa tendenza?
È in aumento il numero dei ragazzi che si rivolve all’IA quando si trova in momenti di sconforto. Questo dato è sicuramente correlato a una percezione di non sentirsi giudicato e debole, vulnerabili agli occhi di una società giudicante, a volte anche una fragilità nel sistema comunicativo della famiglia e delle amicizie. L’IA fornisce una risposta nell’immediato, una soluzione e anche questo favorisce la richiesta perché i più giovani hanno una mente sempre più propensa ad aver paura dell’attesa ma anche più consapevole della propria sofferenza, a volte non chiedono aiuto per timore di apparire non conformi ad una società performante.
Quali rischi e opportunità si aprono quando il bisogno di comprensione e orientamento viene affidato a un algoritmo?
Si può essere fagocitati nell’utilizzo di tecniche manipolative e subliminali che sfruttano la vulnerabilità di individui o gruppi, o nella categorizzazione biometrica basata su attributi, o caratteristiche sensibili.
L’IA, in effetti, sta diventando un interlocutore privilegiato per i nostri giovani, anche in altri campi. Quali vuoti riempie?
Riempie quei vuoti che la società impone. L’IA viene scelto quando non si hanno altre opportunità di amicizie, o si vive una solitudine a casa, oppure si percepisce di non avere un ruolo o un’identità. Ci sono distanze sempre più evidenti nella relazione mente-corpo-ambiente. I nostri giovani, inoltre, vivono in modo sempre più delineato una realtà perfusa con il digitale, in essa sono attori non protagonisti della propria vita e del proprio progetto.
In alcuni casi pare che il chatbot IA abbia contribuito anche alla maturazione di decisioni estreme, come il suicidio. Cosa ne pensa?
Le decisioni estreme sono legate ad un’interazione con l’AI, che diventa intensa e prolungata, e che potrebbe accompagnarsi a convinzioni deliranti, al distacco dalla realtà o al peggioramento di fragilità psichiche. È bene anche sottolineare che ci sono menti giovani vulnerabili, il cui funzionamento neurocognitivo non è ancora in grado di discriminare realtà fenomenica da realtà digitale, i cui meccanismi decisivi sono pervasi da un’IA che viene vissuta come una base sicura e che non espone il ragazzo al rifiuto anzi lo gratifica.
Quale ruolo può avere uno psicologo o un neuropsichiatra nell’educare adolescenti e famiglie sull’uso responsabile dell’AI?
Il ruolo degli specialisti è fondamentale soprattutto per l’impatto che l’IA potrebbe avere sullo sviluppo neurocognitivo e sul comportamento e sociale. Si tratta di un un approccio rivolto non solo ai ragazzi, ma a tutti coloro che “vivono” il loro divenire.
Nel prossimo futuro, come immagina l’evoluzione del rapporto tra adolescenti e IA dal punto di vista psicologico?
Immagino un mondo dove la mente dei giovani diverrà una “nuova mente”. In alcune aree cognitive assisteremo a un’evoluzione importante. Penso allo sviluppo di una mente più consapevole della propria sofferenza e in grado di riconoscere il dolore, ma questa mente dovremmo accoglierla e nutrirla, non necessariamente renderla patologica o considerarla una minaccia. Sarà una nuova mente da abbracciare e accompagnare, non da bloccare o – come dicono i giovani – ghostare. Il compito di tutti noi sarà confrontarsi con essa senza il timore di sentirsi inadeguati.