Idee
Il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa (PNGLA) 2026–2028, che definisce le strategie per ridurre i tempi di accesso a visite, esami e ricoveri nel Servizio sanitario nazionale, propone un cambiamento importante: organizzare le prestazioni sanitarie partendo dai reali bisogni dei pazienti. Una sfida che riguarda non soltanto l’efficienza del sistema, ma il diritto alla salute.
Aspettare mesi per una visita specialistica o per un esame diagnostico è un’esperienza comune a molti italiani. A volte l’attesa è così lunga che il cittadino decide di pagare di tasca propria una prestazione privata. Altre volte rinuncia del tutto a curarsi.
Di fronte a questo problema, la risposta più immediata sembra essere una sola: aumentare il numero delle visite e degli esami disponibili. Ma è davvero sufficiente?
Il nuovo Piano (concordato tra Stato e Regioni lo scorso giugno e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 agosto) propone un cambiamento importante: non basta aumentare le prestazioni, bisogna assicurarsi che siano quelle giuste, per i pazienti che ne hanno realmente bisogno e nel momento opportuno.
Non tutti i pazienti, infatti, hanno gli stessi bisogni. Pensiamo a due persone in attesa di una visita cardiologica. La prima deve effettuare un controllo di routine, senza particolari problemi. La seconda presenta sintomi che potrebbero indicare una malattia importante. È evidente che le due situazioni non possono essere trattate allo stesso modo. Eppure, un sistema sanitario concentrato principalmente sulla gestione delle prenotazioni rischia di non distinguere adeguatamente le diverse necessità.
Il nuovo Piano punta proprio a migliorare questa capacità di distinguere, attraverso un modello che classifica la popolazione in sei livelli di bisogno sanitario. L’obiettivo è conoscere meglio le condizioni di salute dei cittadini, soprattutto di quelli più fragili o affetti da diverse patologie, per programmare l’assistenza e prevenire ritardi pericolosi.
Questa classificazione non sostituisce, naturalmente, la valutazione dell’urgenza delle singole prestazioni.
Un altro punto centrale riguarda la cosiddetta “appropriatezza”: un termine tecnico che esprime un principio semplice. Una prestazione sanitaria è appropriata quando è realmente utile per quel paziente, in quella specifica situazione. Un esame inutile occupa tempo, personale e risorse che potrebbero essere destinati a chi ne ha bisogno. Ma attenzione: ridurre le prestazioni inutili non significa ridurre le cure.
Se il richiamo all’appropriatezza diventasse un modo per scoraggiare le prescrizioni o limitare l’accesso ai servizi, il risultato sarebbe opposto a quello desiderato: un peggioramento della salute dei cittadini e un indebolimento del diritto alle cure.
Il Piano prevede anche strumenti per migliorare il funzionamento delle prenotazioni, coordinare le disponibilità delle strutture sanitarie, utilizzare la telemedicina quando possibile e garantire alternative quando i tempi massimi di attesa non vengono rispettati.
Sono interventi importanti, ma da soli non bastano. Perché nessuna migliore organizzazione può compensare completamente la mancanza di medici, infermieri, apparecchiature e risorse economiche.
Le Regioni dovranno tradurre gli indirizzi nazionali in interventi concreti. E proprio la disponibilità delle risorse rappresenta una delle maggiori incognite.
Qui emerge il nocciolo della questione. Il successo del Piano non si misurerà soltanto contando quante visite vengono effettuate o quanti giorni si riducono nelle liste d’attesa. Bisognerà verificare quante persone riescono effettivamente a ricevere le cure di cui hanno bisogno. E occorrerà considerare anche chi non riesce nemmeno a prenotare, chi rinuncia per i tempi troppo lunghi e chi vede peggiorare la propria salute mentre aspetta.
Il nuovo Piano indica una direzione promettente, ma la sua efficacia è ancora tutta da dimostrare. La vera sfida, in definitiva, è passare da un sistema che gestisce prestazioni a un sistema che si prende cura delle persone.
Perché l’obiettivo della sanità pubblica non è semplicemente accorciare una fila, ma evitare che qualcuno resti senza le cure necessarie, quando ne ha bisogno.