Idee
Il tema della solitudine attraversa da sempre la vita dell’uomo e oggi più che mai sembra assumere forme nuove e preoccupanti. Alcuni dati del 2025 rilevano che nei Paesi dell’Unione Europea il 36 per cento delle persone vive sola, soprattutto nelle città dove il dato sfiora il 50 per cento. Indubbiamente vi sono variazioni a livello geografico e rispetto al periodo di vita dell’individuo, così come non è diretto e scontato l’assunto che vivere soli significhi sentirsi soli.
«Studiare il fenomeno della solitudine è importante per noi ricercatori, è possibile farlo sotto diversi aspetti: strettamente accademico, medico, socio-culturale – afferma Maria Sironi, docente del dipartimento di Scienze statistiche dell’Università di Padova – Le relazioni tra le persone stanno cambiando, sempre meno in presenza e più attraverso i sistemi digitali: non è ancora chiaro come ciò impatti e impatterà in termini di solitudine. Quello che già si rileva è un collegamento con la salute fisica: chi si sente solo può risentirne a livello cardiologico, soffrire di ansia o depressione. Nella prospettiva della ricerca scientifica è necessario continuare ad approfondire questi aspetti, per ragionare di politiche abitative future, pianificazione urbana e interventi di salute pubblica».
L’imporsi del mondo digitale nella vita delle persone, con l’accelerazione post pandemia e l’arrivo dell’intelligenza artificiale, sembra avere effetti dirompenti soprattutto nella vita dei più giovani. «Un recente studio su un campione di oltre 3 mila adolescenti inglesi tra i 10 e i 15 anni mostra come le pratiche di socialità stiano cambiando – spiega Sara Tafuro, ricercatrice all’Institut National d’Études Démographiques di Parigi – Abbiamo analizzato la solitudine dei ragazzi all’interno delle famiglie, notando come talvolta questo fenomeno sia generazionale: gli adolescenti hanno il 50,5 per cento in più di probabilità di sentirsi soli se lo sono stati anche i loro genitori; abbiamo rilevato come questi figli interagiscano meno dal vivo e più online. Ma è solo incontrandosi di persona che ci si può sentire meno soli e la catena della solitudine familiare può rompersi. Ecco l’importanza di creare occasioni per stare insieme in presenza, come negli sport di squadra, nelle attività di tipo teatrale o nei laboratori artistici».
Cosa rimane dell’umano nel tempo virtuale? Se lo chiede, riflettendo ugualmente sul mondo dell’adolescenza, Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta e ricercatore dell’Università degli Studi di Milano. «In medicina ci occupiamo molto della prevenzione in età evolutiva, analizzando fenomeni come la privazione del sonno, la perdita dell’apprendimento cognitivo, la dipendenza e l’isolamento sociale. La solitudine è una grande scommessa del terzo millennio: fino a poco prima il mondo era di tipo analogico, mentre ora è social, ma il nostro cervello non ha un’esperienza lunga di sviluppo rispetto a questa modalità di comunicazione. Il cervello agisce in modo diverso rispetto alla modalità storica a cui è stato abituato con l’evoluzione, oggi facciamo più cose insieme in una immersività di esperienze emotive. Sono padre di quattro figli nati tra il 2002 e il 2008, la cosiddetta generazione Z, l’iGen, quella rivoluzionaria che non ha bisogno di stare davanti a un computer per essere connessa poiché grazie a un device può stare in qualunque luogo, nel mondo. Nell’età evolutiva è sempre stato tutto verticale, il ragazzo cresceva in famiglia e quando arrivava all’adolescenza si spostava in una dimensione orizzontale, quella del gruppo di pari; l’adolescente ha sempre ricercato l’autonomia: in pubertà c’è un’accelerazione del metabolismo corporeo, un consumo rapido di energie. Oggi, invece, ci troviamo a sollecitare gli adolescenti a uscire di casa, non scalpitano più per farlo come è sempre stato: la ricerca della solitudine in questa fase della vita è un controsenso, si verifica una sorta di “sprogrammazione” genetica. L’adolescente ha spostato la vita dall’esterno all’interno, dalla comunità locale alle community social. L’energia, però, in questo modo, non viene esaurita e si manifestano ansia, depressione, autolesionismo, ritiro sociale».
Diventa necessario, conclude Pellai, «creare delle esperienze tra pari che attivino i due neurotrasmettitori della felicità, l’ossitocina e la serotonina, che, a differenza della dopamina che dà una sovrastimolazione ma poi lascia storditi, vuoti e dipendenti, danno un benessere più profondo e nel lungo termine: è l’evoluzione che ci ha resi felici grazie a questi neurotrasmettitori».
La giornalista e scrittrice Daria Bignardi ha affrontato il tema della solitudine nel suo ultimo libro Nostra solitudine (2025, Mondadori, 168 pp., euro 18,05)
in cui racconta e analizza questo sentimento nell’adulto. Lo fa attraverso il tema del viaggio, è lei stessa la protagonista che si reca in Cisgiordania, a Hebron, a parlare con i prigionieri palestinesi rilasciati nello scambio con gli israeliani; e ad At-Tuwani, villaggio di No Other Land, dove conosce i volontari che ogni giorno accompagnano a scuola i bambini perché i coloni non gli sparino addosso; a Gerusalemme, nella chiesa del Santo Sepolcro. E poi in Vietnam e in Uganda. «È un libro nato da vicende personali e dall’esperienza come volontaria in carcere, realtà che frequento da trent’anni, dove isolamento e solitudine sono la quotidianità – sottolinea – Nei viaggi racconto le oppressioni del nostro presente, tra globalizzazione, occupazione, guerra, patriarcato, ma anche le solitudini e la mia solitudine. La presenza però si fa viva grazie ad alcuni “incontri” autentici: con un paesaggio, con l’arte, con lo sguardo di un animale».

Da una ricerca condotta recentemente dalle docenti Sironi e Tafuro tra Padova e Parigi, emerge che il 39,4 per cento dei ragazzi, ovvero quasi 4 su 10, si connette quotidianamente con gli amici tramite smartphone, social media o videogiochi online, mentre soltanto l’11,8 per cento, un adolescente su 10, incontra fisicamente gli amici ogni giorno fuori dall’orario scolastico.