Fatti
Nella Casa circondariale di Padova il pane diventa occasione di riscatto. Il 18 maggio ha infatti aperto un nuovo laboratorio di panificazione artigianale nato dalla collaborazione tra Panaté società benefit e la cooperativa sociale t-Essere Alternative. Un progetto che punta a trasformare il tempo della detenzione in un percorso concreto di formazione, lavoro e reinserimento sociale.
Nel laboratorio verranno prodotti pane e lievitati destinati al settore HoReCa, cioè hotel, ristoranti e attività della ristorazione. Ma il vero obiettivo è offrire alle persone detenute competenze professionali e continuità lavorativa, costruendo relazioni e prospettive anche dopo il fine pena. «Questa apertura racconta bene ciò che immaginiamo per il futuro: progetti costruiti insieme a realtà che conoscono profondamente il territorio e le persone – spiega Davide Danni, ceo di Panaté – Il cambiamento reale nasce quando competenze diverse si mettono in rete e smettono di lavorare isolate».
Panaté, nata in Piemonte, opera dal 2019 nelle carceri italiane attraverso laboratori di panificazione. Oggi è presente negli istituti di Cuneo, Fossano e Torino, oltre a un laboratorio esterno a Magliano Alpi, dove lavorano detenuti ed ex detenuti. L’idea è quella del “lavoro vero”: produzione artigianale, standard professionali e inserimento in un mercato reale.
Un ruolo centrale lo avrà t-Essere Alternative, cooperativa sociale che dal 2024 ha raccolto l’eredità di Coislha, storica realtà padovana impegnata nell’inserimento socio-lavorativo. La cooperativa opera nella Casa circondariale attraverso percorsi di formazione e accompagnamento rivolti a persone detenute spesso segnate da fragilità economiche, sociali e culturali. «Siamo una start-up con quarant’anni di esperienza – racconta la presidente Anna Michelotto – Abbiamo ereditato una lunga presenza dentro il carcere e, in questi anni, costruito relazioni importanti con la struttura penitenziaria e con le persone detenute. È un lavoro complesso che può funzionare solo attraverso una progettazione condivisa».
Il nuovo laboratorio sorge in uno spazio di circa 200 metri quadrati, un tempo utilizzato come magazzino e ora completamente riqualificato. L’avvio sarà graduale e coinvolgerà persone detenute inserite con contratti di lavoro e percorsi formativi teorici e pratici. Accanto alla formazione tecnica ci sarà attenzione anche alle competenze trasversali: colloqui di lavoro, conoscenza dei diritti e dei doveri dei lavoratori, accompagnamento sociale. «Molte persone arrivano da esperienze di sfruttamento o lavoro nero – spiega Michelotto – Per questo è importante insegnare non solo un mestiere, ma anche come stare all’interno di un contesto lavorativo regolare».
L’obiettivo finale è ridurre il rischio di recidiva e offrire una nuova possibilità a chi esce dal carcere. Perché, in alcuni casi, anche un impasto può diventare l’inizio di una seconda occasione.