All’inizio del nuovo millennio, molti esperti gridavano al successo. Il mondo, dicevano, non va verso la penuria dell’oro nero, ne abbiamo sempre di più! E l’Africa dimostrava di avere riserve petrolifere enormi. Oltre ai giacimenti di Nigeria e Angola – in attività da vari decenni – si poteva contare su nuove scoperte in Uganda, Congo, Kenya, Sudan, Sud Sudan, Ciad, Guinea Equatoriale e chissà ancora quali Paesi. La previsione era di un continente autosufficiente in materia di idrocarburi e in grado di fornire un’alternativa al petrolio proveniente dal mondo arabo visto che un certo sospetto dalle potenze occidentali.
Due decenni più tardi ed ecco una realtà ben diversa. L’insulsa guerra di Trump contro l’Iran ha provocato la chiusura dello stretto di Hormuz, da dove passa una considerevole porzione del petrolio usato nel mondo. Questo non dovrebbe essere un problema: con tutto il greggio che esiste nel mondo. Le cose non sono mai semplici.
Molte compagnie aeree hanno già cancellato migliaia di voli prevedendo una seria penuria di combustibili per i loro aerei. Che ne sarà della benzina, del gasolio e degli altri prodotti petroliferi che alimentano la nostra fame di energia?
Basta guardare all’Africa per capirlo: continente con riserve petrolifere immense, sta già sperimentando gli effetti della crisi causata dalla ennesima guerra del Golfo. La crisi energetica innescata dalla guerra ha spinto l’Etiopia a chiudere molti uffici pubblici, mettendo i propri dipendenti a lavorare da remoto, come durante la pandemia. In questo modo, migliaia di persone non devono usare automobili o mezzi pubblici con un notevole risparmio di carburanti, che già scarseggiano.
In Kenya – paese che esporta petrolio, sebbene in piccole quantità – il presidente Ruto ha invitato gli automobilisti di avvalersi di mezzi pubblici, specialmente nelle grandi città. Misure restrittive sono apparse in altri Paesi come il Sudafrica e l’Egitto. La triste realtà di questi Paesi è che esportano petrolio, ma non lo gestiscono come dovrebbero.
La Nigeria è un colosso con 37 miliardi di barili di riserve di petrolio, quantità che la pone all’undicesimo posto del mondo. Potrebbe comodamente soddisfare il fabbisogno interno. Ma mancano le infrastrutture per raffinare e distribuire i prodotti petrolieri per il mercato interno. La raffineria di Dangote, poco distante da Lagos, non riesce a coprire la domanda interna. Lo stesso vale per gli altri Paesi produttori. Mancano le raffinerie, manca la filiera della distribuzione, saldamente in mano alle compagnie straniere.
Il Mozambico esporta 800 mila tonnellate di gas liquefatto, ma la gente deve acquistare le bombole di gas da cucina importate dall’estero!
Non se la passa meglio l’Asia. I due giganti industriali – India e Cina – sono costretti a subire lo shock petrolifero causato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. L’India importa circa la metà del greggio e gas per il suo consumo da produttori medio-orientali. La penuria di materie prime è già sentita non solo nell’industria e nei trasporti, ma anche dalle famiglie e la filiera alimentare: non c’è più gas da cucina e alcune catene di ristoranti hanno dovuto chiudere i battenti.
La Cina è il più grande importatore di greggio al mondo. I dati sono chiari: 74 per cento del fabbisogno petrolifero, e il 45 per cento del gas, sono coperti da importazioni, di cui poco meno della metà dai Paesi del Golfo. Ma i dati ufficiali non dicono tutta la verità. Si devono aggiungere le importazioni non ufficiali di prodotti petroliferi provenienti dall’Iran e veicolati prima verso Paesi amici, quali Malesia e Indonesia. Si deve quindi aggiungere un altro 12 per cento del consumo nazionale coperto da questi flussi architettati per aggirare le sanzioni internazionali.
La guerra voluta dal presidente Trump costa svariati milioni di dollari al giorni in armi. Costa molto di più per tutti i Paesi che ne subiscono le conseguenze, senza aver voce in capitolo nella conduzione del conflitto. A pagare sono i Paesi più poveri, senza voce, con risorse immense ma controllate da altri.