Fatti
Bambini e adolescenti vivono il proprio rapporto con la tecnologia digitale con leggerezza e disinvoltura? Sembrerebbe di no.
È quanto emerge dall’ultimo Rapporto di EU Kids Online, presentato ufficialmente a Dublino nei giorni scorsi, durante la Conferenza della Presidenza irlandese dell’Unione Europea sulla sicurezza online. Un’indagine imponente, condotta tra l’aprile del 2025 e lo stesso mese del 2026 su un campione di 28.465 ragazzi in 19 Paesi europei, che ribalta molti luoghi comuni sul rapporto tra infanzia e digitale. E che, guardando all’Italia, accende più di un campanello d’allarme.
Circa l’87% dei minori tra i 10 e i 16 anni – dove la percentuale delle femmine risulta maggiore rispetto a quella dei maschi – naviga regolarmente in rete con lo smartphone e il 30% di loro si imbatte in messaggi d’odio almeno una volta al mese.
Sulla base delle proprie esperienze, i ragazzi si dicono preoccupati per i rischi legati alle nuove tecnologie – in particolare l’odio online, le violazioni della privacy e l’impatto futuro del digitale sul pianeta e sull’autonomia umana.
In particolare, il numero di bambini e adolescenti che si sono sentiti infastiditi (turbati, a disagio o spaventati) da qualcosa vissuto su Internet è aumentato negli ultimi anni (22%). Sebbene il rischio più comune sia l’esposizione a contenuti generati dagli utenti dannosi (72%) o a discorsi d’odio (62%), è anche significativo che ora il 51% dei minori italiani abbia dichiarato di essere stato trattato in modo offensivo o sgradevole.
Se a livello europeo quasi la metà dei minori (il 48%) dichiara di sentirsi sicuro nello spazio digitale, in Italia la percentuale precipita al 19%: la più bassa d’Europa.
A scattare la radiografia del nostro Paese è la prof. Giovanna Mascheroni, docente di Media digitali e società presso l’Università Cattolica e referente italiana di EuKids online: “Che il clima online nel nostro Paese sia particolarmente negativo si evince anche dal dato relativo alla presenza di messaggi d’odio, contenuti razzisti e discriminatori”.
Il dato più inquietante, tuttavia, riguarda la ricerca intenzionale: l’Italia è seconda solo alla Romania per numero di bambini e adolescenti che vanno attivamente alla ricerca di contenuti d’odio online (15% contro il 10% della media UE), un fenomeno concentrato soprattutto tra i maschi più grandi e nelle fasce di status socioeconomico più basso.
La ricerca, comunque, riserva delle sorprese confortanti sul versante IA. Due terzi dei minori in Europa dichiarano di utilizzarla per studiare o risparmiare tempo, e circa il 37% spera che la tecnologia possa amplificare la creatività umana. Eppure, l’entusiasmo lascia presto il passo all’ansia esistenziale: il 41% degli intervistati esprime forti timori per l’impatto ambientale delle tecnologie basate sull’IA, accusate di “bruciare” troppe risorse naturali. Ma a preoccupare è soprattutto il mito della singolarità: una fetta consistente di adolescenti teme che l’intelligenza artificiale possa evolversi al punto da superare quella umana, rendendo impossibile per l’uomo mantenere il controllo. Un’ansia che non riguarda solo i massimi sistemi, ma bussa alle porte della vita reale: appena uno su cinque vede di buon occhio l’uso di algoritmi per decidere le ammissioni scolastiche o le prospettive lavorative, mentre oltre un quarto teme che i dati raccolti dalle app possano influenzare persino le decisioni delle forze dell’ordine.
La ricerca fa cadere anche un altro mito: quello secondo il quale i giovanissimi “regalerebbero” i propri dati personali a cuor leggero. Il report di EU Kids Online mostra una spiccata diffidenza verso le logiche di profilazione.
La metà dei ragazzi teme che la propria identità digitale venga sfruttata per la pubblicità mirata, e quattro su dieci denunciano il rischio che le aziende cedano i dati a terzi senza consenso. Il 39% del campione non nutre alcuna fiducia nella capacità (o nella volontà) delle grandi aziende tecnologiche di proteggere i comportamenti e le preferenze online.
Maturità e consapevolezza, però, risentono delle disuguaglianze socio-digitali: bambine, preadolescenti tra gli 11 e i 12 anni e minori di estrazione socio-economica svantaggiata risultano sistematicamente meno equipaggiati degli altri, ad esempio, nel riconoscere fake news e verificare l’attendibilità delle informazioni, rimanendo i soggetti più esposti alle zone grigie del web.
Le richieste che emergono da questo enorme sondaggio europeo tracciano una rotta ben precisa per i legislatori e le piattaforme digitali. Non si tratta di invocare generici e inefficaci divieti calati dall’alto, ma di ripensare l’ecosistema digitale dalle fondamenta.
I ragazzi chiedono a gran voce una drastica riduzione dei costi ambientali della tecnologia, l’introduzione di una supervisione umana inderogabile in ogni processo algoritmico e la progettazione di spazi online che siano davvero “privati”, tenendo conto che non esiste un’unica “infanzia digitale europea”, ma tante realtà locali e sociali che richiedono risposte mirate. Tutto ciò prima che la perdita di controllo – digitale, sociale ed etica – diventi irreversibile.