Idee
All’indomani dell’ultima Festa del lavoro, che abbiamo celebrato il 1° maggio scorso, dobbiamo riconoscere che nonostante la nostra Costituzione reciti che siamo una Repubblica fondata sul lavoro, quest’ultimo più che essere una solida certezza da cui partire è spesso un nodo problematico, difficile da gestire quando c’è, drammatico quando manca. Come oggi le famiglie si relazionano al mondo del lavoro e che spazio occupa nella quotidianità delle persone sposate? Innanzitutto dobbiamo registrare che ormai nella stragrande maggioranza dei casi lavorano entrambi i genitori di una famiglia perché uno stipendio non è più sufficiente e non si dà più il caso che la moglie stia a casa ad accudire i figli e occuparsi delle faccende domestiche. Che le donne stiano raggiungendo una difficile quanto fondamentale parità sul piano professionale è sicuramente un segno positivo, ma è pur vero che molto ancora si può fare perché in casa i compiti siano equamente distribuiti fra moglie e marito. Aumentano i consorti che cucinano, lavano e puliscono, ma già mansioni più specifiche come stirare o rammendare sono compiti che restano prettamente femminili. Un capitolo a sé è poi quello del rapporto con la scuola dei figli. Chi aiuta nei compiti a casa o nelle lezioni da ripetere? Chi va ai colloqui coi professori e accetta di far parte delle fatidiche chat dei genitori? In sempre più famiglie mamma e papà si spartiscono questi oneri, ma la sensazione è che le donne, nei difficili multitasking giornalieri, abbiano una marcia in più e di fatto abbiano assunto un ruolo di mater familias, ovvero di coordinamento e gestione “centrale” che supera e sostituisce quella che una volta era la posizione preminente del padre. Al di là di questa ipotesi, è evidente che il lavoro, nelle sue pervasive forme contemporanee, erode tempo al dialogo e all’intimità della coppia e coi figli, che sono dimensioni altrettanto vitali per la famiglia. Oggi si può lavorare in smartworking da casa, oppure part time e comunque abbiamo un livello di iperconnessione mediatica tale per cui siamo sempre reperibili anche se il tipo di lavoro che svogliamo non ha nulla a che fare con l’emergenza. In questo contesto diminuiscono gli spazi per la coppia per “sedersi” uno di fronte all’altro e raccontarsi reciprocamente fatiche e soddisfazioni, ma anche solo ricentrarsi sulla scelta d’amore fatta un giorno. Anche nella relazione con i figli
il tempo sembra non bastare mai e ci si riduce a stare insieme solo ai pranzi e alle cene, senza riuscire a ritagliarsi dei tempi speciali con ciascuno, a meno di sforzarsi e prendere dei veri e propri appuntamenti. Nel confronto con i figli è bene renderli consapevoli che il lavoro non è finalizzato al solo sostentamento economico, ma ha anche un valore in sé per la realizzazione della persona. Non sempre esso è il migliore possibile o quello che avevamo sognato, ma è auspicabile che nella maggioranza dei casi il lavoro non sia subito, ma riesca ad essere, ben oltre che una fonte di guadagno, una posizione da cui poter dire di contribuire al bene comune. In tal senso tutti dovremmo poter benedire il nostro lavoro, anche pensando a quanto sia drammatica la situazione di chi rimane disoccupato con problemi per la mancanza di risorse e anche nella stessa autostima. Qualunque sia la particolare situazione di ogni famiglia, quello che andrebbe focalizzato periodicamente e con insistenza è che non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere. Il lavoro ha in sé una grande dignità, ma rimane uno strumento senza mai diventare un fine. Non sempre la società civile viene incontro a questa verità necessaria ed allora anche la comunità ecclesiale deve essere attenta a sostenere le famiglie perché non affoghino di fronte alle modalità aggressive del lavoro contemporaneo. A tal proposito possiamo ricordare le parole di Papa Leone XIV ai Rappresentanti dell’Ordine dei Consulenti del lavoro il 18 dicembre 2025: “Penso alla necessità di venire incontro ai bisogni delle giovani famiglie, dei genitori che hanno figli piccoli, come anche all’importanza di aiutare chi, pur lavorando, deve prendersi cura di familiari anziani o malati. Si tratta di bisogni che nessuna società veramente civile può permettersi di dimenticare o trascurare, e voi avete modo di sostenere chi fatica ad affrontarli”.