Idee
La qualità del rapporto genitoriale è un fondamentale investimento sul futuro dei figli. Particolare importanza ha il ruolo del padre, come spiega il pedagogista e fondatore-direttore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti (CPP), Daniele Novara, nel suo ultimo libro “Il papà peluche non serve a nulla” (Rizzoli, 2026). Nei giorni scorsi anche uno studio pubblicato su Jama Pediatrics ha evidenziato che le relazioni costruite in famiglia gettano le basi per il futuro relazionale dei ragazzi con effetti che perdurano per decenni. Ne parliamo con il prof. Novara.
Su quali basi nasce e si sviluppa l’equilibrio emotivo dell’individuo? Quanto sono importanti le relazioni che si sviluppano all’interno delle mura domestiche?
L’equilibrio emotivo e lo sviluppo della personalità dell’individuo sono strettamente legati al primo anno di vita, quando il bambino sperimenta l’attaccamento primario con la madre. Se la madre è, come afferma Donald Winnicott, “sufficientemente buona” e devota nelle cure del figlio, si realizza una sorta di investimento per il futuro del pargolo e si hanno buone possibilità di crescere un adulto sano e capace di utilizzare le proprie risorse per affrontare le difficoltà della vita. Purtroppo da qualche anno a questa parte, soprattutto nei Paesi del Nord Europa, si sta affermando la teoria della bigenitorialità perfetta, secondo la quale il papà e la mamma assumono lo stesso ruolo nell’accudimento del bambino. In realtà, si tratta di una “moda” più che di una teoria ed è molto pericolosa. L’attaccamento primario si realizza inderogabilmente attorno a una figura, non a due. La natura non fa salti.
Lei parla della figura paterna nel suo ultimo libro… Nel contesto attuale è più difficile essere padri?
Sì, oggi è più difficile fare il padre. Un tempo la figura paterna trovava sostegno nell’ambiente familiare, a prescindere dalle sue capacità. La società in cui viviamo, di stampo narcisistico, odia il senso del limite, di conseguenza ha disconosciuto il ruolo normativo e di contenimento che tradizionalmente avevano i padri. Lo “spettro” del padre-padrone, ingombrante figura del passato, condiziona drammaticamente la ri-formulazione di un nuovo modello, è nata così la versione del “papà peluche”, che di fatto si traduce in un compagno di giochi servizievole e perfino subalterno nei confronti del figlio. È molto grave, perché invece i figli, e soprattutto le figlie, avrebbero bisogno di figure paterne forti e di riferimento. Il “papà peluche” non serve a nulla…
Su quali talenti può far leva, quindi, la famiglia contemporanea, rispetto al passato, per realizzare un buon progetto educativo?
Un tempo la famiglia aveva una struttura patriarcale, gerarchica e autoritaria. I figli crescevano in un ambiente che segnava il loro destino. La famiglia di oggi, viceversa, offre ai figli la possibilità di esprimere le proprie potenzialità. Occorre però fare attenzione a non restare invischiati nei meccanismi della performance o dell’esibizione, rinunciando agli eccessi autoproclamatori e autoreferenziali, alla competizione fine a sé stessa.
Oggi esiste ancora il conflitto generazionale? Che tipo di dialogo hanno le generazioni?
Certamente esiste ancora, ma si manifesta in maniera differente. In un certo senso è anche più accentuato rispetto al passato, perché nel contesto narcisistico in cui viviamo i genitori entrano spesso in competizione con i propri figli. Pensiamo all’ossessione della forma fisica e alla ricerca spasmodica dell’eterna giovinezza. Un tempo si accettava con maggiore serenità l’età matura. Il conflitto, ad esempio, oggi i giovani lo manifestano con le trasgressioni offerte dai contenuti della musica trap: sessismo, misoginia, violenza… Una musica che segna fortemente il confine con il mondo adulto. Come pure accade con il fenomeno del ritiro sociale. Il conflitto c’è, ma non viene “tematizzato”, perché entrerebbe in contraddizione con la narrazione del benessere e dello stare bene insieme.
Che ruolo gioca il senso di colpa nella relazione educativa tra genitori e figli?
Nel rapporto con i figli i padri sono condizionati dalle “colpe” dei propri progenitori e le madri sono schiacciate dal perfezionismo. In questi casi il senso di colpa porta a una dinamica di immedesimazione. È come se i genitori non avessero “pelle”: tutto quello che capita ai figli viene assorbito come esperienza propria. Essere buoni genitori non significa risolvere i problemi dei figli, ma renderli capaci di affrontarli da soli. Se l’autonomia non viene sviluppata, non ci troviamo di fronte a un errore pedagogico bensì a un danno.
Quali scenari futuri ci attendono?
Abbiamo di fronte un futuro “probabile” e uno “desiderato”. Il futuro probabile è che la situazione resti stazionaria per ancora per un bel po’ di tempo… Con una dialettica madri-padri precaria, instabile, all’interno della quale i figli si barcamenano senza sapere bene a chi fare riferimento. Il futuro desiderato è nella speranza che esista ancora una voglia di riscatto, che poi è il motivo che mi spinge a scrivere libri. L’interesse dei padri ad avere un ruolo educativo per i propri figli è fuori discussione, manca però il gioco di squadra con le madri. Attendiamo con fiducia un padre che riesca a lavorare sul senso del limite e sul coraggio, sulla capacità di affrontare le sfide della vita senza temere i conflitti, che sappia valorizzare le risorse del figlio, insegnandogli a usarle con generosità.