Tutto iniziò da un incontro, ma prima ancora da una fame inappagata a cui l’incontro, inatteso, rispose. Ero un giovane prete agostiniano della grande canonia di Santa Cruz a Coimbra, capitale del Portogallo; studioso assiduo, alla ricerca di risposte di vita che non trovavo nei libri e in canonici poco attenti all’apostolato e alla missione.
Intorno al 1217 alcuni stranieri, «frati minori» si facevano chiamare, col permesso della regina Orraca si accamparono sul vicino monte Olivares. Accampamento, non saprei meglio definire il pugno di capanne di fango e paglia dove dormivano sulla nuda terra, con un sasso per giaciglio, senza nemmeno togliersi l’unica tonaca di ruvido bigello. La loro miseria non era strana, i contadini vivevano così, lo strano era che tale severa povertà fosse una scelta volontaria, accolta con gioia da chi, si vedeva bene, non vi era avezzo dalla nascita.
«Ce l’ha insegnato nostro padre Francesco – mi dicevano – nato in una ricca famiglia di mercanti, tra denari, agi e ambizioni, che ha scelto di ridare al padre perfino gli abiti indossati e vivere senza fissa dimora, presso l’una o l’altra chiesetta d’Assisi, cercando di restaurarle con le sue sole forze. Perché un giorno, mentre pregava in una cappella diroccata, San Damiano, il crocifisso gli parlò: “Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va’ dunque e riparala”. Pensò fosse l’edificio ma in realtà Cristo intendeva la Chiesa dei fedeli».
Un giorno – continuavano i fraticelli – alla messa, udì che Gesù inviò i suoi discepoli per le strade del mondo senza oro né argento, né borsa né bisaccia, né pane né bastone, né calzature né due tuniche. Allora, colmo di gioia indicibile esclamò: questo è ciò che voglio con tutte le forze; quindi si tolse i calzari, lasciò il bastone, cambiò la cintura con una corda, si cucì una veste ruvidissima tagliata a croce, per crocifiggere la carne e i suoi peccati. Con fervore ed esultanza andò a predicare penitenza; accolse alcuni compagni che volevano uscire dal mondo seguendo una “forma di vita” tratta dal Vangelo: «Se vuoi essere perfetto va’, vendi ciò che possiedi, dallo ai poveri e seguimi»; «Tutto quanto desideri che gli uomini facciano a te, fallo a loro»; «Non rendere male per male…».
Un annuncio rivolto non solo ai cristiani; infatti, poco dopo passò per Olivares un drappello di frati diretti in Marocco a testimoniare Cristo ai saraceni. Vidi tornare i loro corpi straziati. Fu la goccia che fece traboccare il vaso della mia scelta: sarei diventato seguace di Francesco, un Minore; sarei andato in Marocco, a testimoniare e a morire…
Non incontrai la morte, ci andai vicino, ma senza martirio: una severa malattia mi costrinse a tornare. La nave fu dirottata dai venti in Sicilia: mi accolse una comunità di frati e insieme ci recammo in Umbria, al capitolo di Pentecoste, per incontrare il fondatore in carne e ossa.
Poca carne e un mucchietto d’ossa, perché Francesco appariva sofferente, con gli occhi infiammati da una grave afflizione contratta in Palestina. Anche lui veniva dalla terra di missione, da un incontro col sultano d’Egitto che l’aveva accolto e ascoltato con curiosità e cortesia, ma senza segni di conversione.
Quando arrivai alla conca d’Assisi vi erano tremila frati e più; per ripararsi usavano capanne di frasche e giacigli di stuoie. Francesco come diacono lesse il Vangelo, confortando i frati e chiedendo penitenza e obbedienza alla santa madre Chiesa, carità fraterna e preghiera assidua, pazienza nelle avversità, purezza e castità, pace e concordia con Dio, gli uomini e la propria coscienza, amore e osservanza della santissima povertà.
Ma il capitolo non fu solo un momento sereno di orazione e confronto, c’erano tensioni nel definire una regola che desse forme giuridiche chiare per guidare la fraternitas divenuta ordo. Francesco con alcuni confratelli e il delegato papale, cardinale Ugolino, elaborò le sollecitazioni accumulate nei dodici anni trascorsi da quando il primo gruppetto aveva chiesto a papa Innocenzo l’approvazione della prima forma di vita.
I Minori erano diventati predicatori itineranti, nelle chiese, nelle piazze, tra le folle, e quando sentivano bisogno di solitudine si raccoglievano in preghiera e in silenzio lontano dalla gente, in un un povero eremo. Fu in uno di questi che fui mandato quando, finito il capitolo, diedi la mia disponibilità a fra Graziano, superiore di Romagna, che aveva bisogno di un sacerdote nella piccola comunità emiliana di Montepaolo.
Per un anno vi rimasi in preghiera e servizio. Poi, a Forlì, fra Graziano vide in me una certa capacità nel predicare e m’inviò per l’Italia a esortare alla conversione cristiani ed eretici. Disputando con loro emerse nei frati la necessità di conoscere meglio la Bibbia per esprimere chiaramente i cardini della fede. Il fondatore mi scrisse: «A frate Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute. Ho piacere che tu insegni la sacra teologia ai frati, purché in questa occupazione non estingua lo spirito dell’orazione e della devozione, come sta scritto nella Regola». Quante volte ho rimuginato queste parole! A cominciare dall’appellativo «mio vescovo»; il beato padre venerava sacerdoti e vescovi: chiamandomi così non mi dava un titolo onorifico, mi assegnava la grave responsabilità d’annunciare la Parola con l’esempio, l’esortazione fraterna, la persuasione ma anche con l’insegnamento.
In quel mio primo itinerario per l’Italia non incontrai il padre beato che, nonostante i malanni, andava rielaborando la Regola, “bollata” dal papa nel 1223, e predicando. Francesco era un oratore straordinario, non seguiva la tecnica consueta delle omelie ma uno stile simile a quello delle assemblee comunali, con frasi semplici, comprensibili a tutti, accompagnate da gesti concitati, grida e toni quasi giullareschi. Come spiegare la Bibbia senza smarrire lo stile francescano? Ho insegnato a Bologna, Montpellier, Padova; in queste e in molte città europee mettono radici grandi università, dove i dotti sfoggiano la loro cultura. Per non emularli, anche nell’orgoglio, la scienza francescana deve farsi “poverella”, priva di vanagloria! Per un francescano sapienza non è trasmettere sapere, ma contagiare l’amore per Cristo e il Vangelo. I frati non devono solo capire concetti, ma prostrarsi davanti alla grandezza divina. La teologia francescana si coltiva in ginocchio.
Dopo aver predicato e insegnato in Italia e nella Francia albigese, alla notizia della morte di padre Francesco tornai per partecipare alla nomina del successore. Il capitolo del 1227 scelse come ministro generale il provinciale di Spagna fra Giovanni Parenti, che mi aveva accolto tra i Minori. Volle farmi provinciale di Lombardia, cioè di tutta l’Alta Italia. Carica gravosa che mantenni per un triennio; poi fui chiamato a far parte della delegazione di sei frati inviata al papa per sottoporgli le gravi questioni che travagliavano i primi passi dell’ordine “orfano” del poverello, che nel 1228 era stato canonizzato da Gregorio IX, quell’Ugolino cardinale protettore.
L’acceso contrasto si focalizzava sull’uso del Testamento, in cui Francesco sintetizza e ribadisce lo spirito delle origini. Qualche frate, contrariato dal forte impegno assunto dall’ordine nel servizio ecclesiale, nella cura d’anime e nello studio delle Scritture, che dava preminenza ai frati sacerdoti, residenti in conventi permanenti, ha interpretato il Testamento come una nuova regola, più fedele alle origini di quella bollata. Papa Gregorio con la bolla Quo elongati ne negò il valore giuridico, mantenendolo come indicazione di vita. Benché non resti traccia della mia posizione davanti al papa, si penserà mi sia allineato alle tesi moderate. Non lo nego ma ribadisco che ciò non mi impedì di cercare con tutto me stesso di restare fedele agli ideali del “primo francescanesimo”, attinti dal racconto e l’esempio dei frati di Coimbra, alla gioia che sgorga dal seguire integralmente il Vangelo, abbracciando i poveri e vivendo come loro, rinunciando a ostentare ogni superiorità, invitando il popolo di Dio alla conversione e alla penitenza che è fiduciosa rinuncia alle false gioie dell’egoismo per scegliere la felicità autentica ed eterna dello Spirito.
Il racconto su san Francesco del francescano sant’Antonio è frutto dell’ingegno e del lavoro di ricerca di Lorenzo Brunazzo
Marzo 1231, notte fonda. Il mio socius frate Luca è appena andato a dormire, spossato dalla fatica di segretario e copista. Il lume nella cella di Santa Maria di Padova è stato acceso a lungo; madonna Povertà ne sarà dispiaciuta, ma ho voluto finire quest’Opus evangeliorum, composta da me, frate Antonio da Lisbona, per porgere la pur misera conoscenza delle Scritture ai confratelli inviati a predicare a eretici e usurai, falsi sapienti e astuti polemisti. S’avvicina la Quaresima e i padovani attendono d’ascoltarmi; è vicino anche, lo sento, il tempo, del mio congedo terreno.
Questo mio scritto segue la liturgia domenicale e festiva, citando padri della Chiesa, teologi, filosofi e poeti pagani, elementi naturali e animali. C’è una fonte che non ho mai citato benché sia l’animatrice profonda, inesauribile, indispensabile dei miei detti e scritti: san Francesco.
Non lo nomino rispettando il suo stesso ammonimento a non nutrire vanaglorie individuali e collettive, eppure ogni suo incontro mi ha segnato.
Nell’immagine sotto, un particolare dell’affresco di Simone Martini che raffigura Sant’Antonio di Padova e San Francesco d’Assisi, realizzato fra il 1315 e il 1317 ad Assisi nella Basilica inferiore.