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C’è un attimo, durante la veglia di Natale diocesana dei giovani, in cui le luci della Cattedrale si spengono e rimangono accese solo dodici flebili candele. Sono le fiammelle dei dodici giovani che, quella notte, hanno pronunciato, davanti a un’assemblea di centinaia di coetanei, la propria professione di fede. Scendono quindi lentamente i gradini del presbiterio e, proteggendo con una mano la propria candela, accendono quelle dei giovani seduti sui primi banchi. Nel giro di pochi minuti tutta la Cattedrale sfavilla, illuminata dalle fiammelle di moltissimi giovani che quella sera sono lì, ad accompagnarli in questo importante passo di maturità nella loro vita di fede.
Sono oramai quattro anni che, a ogni veglia di Natale, un gruppo di giovani della nostra Diocesi professa il proprio «credo», in occasione di quella che sta diventando, con il tempo, una significativa tradizione. Per celebrare
con loro questa importante tappa del proprio cammino di vita cristiana, il vescovo Claudio ha scelto di incontrare, il 16 giugno in episcopio, alcuni dei 47 professanti degli ultimi anni, condividendo con loro una visita al Battistero, la preghiera dei vespri, la cena e un disteso momento di dialogo serale.
La professione di fede: un frutto del Sinodo dei giovani
«L’idea della professione di fede – spiega don Diego Cattelan, responsabile dell’ufficio diocesano di Pastorale dei giovani – è nata raccogliendo le intuizioni scaturite dal Sinodo dei giovani, che la nostra Diocesi ha vissuto tra il 2016 e il 2018. Uno dei frutti più significativi di quella esperienza è stato il “Progetto Simbolo”, una proposta ricca e articolata per accompagnare i giovani delle nostre comunità alla maturità nella fede e a pronunciare la propria professione. Recentemente, però, abbiamo riconosciuto la fatica organizzativa che il progetto rischiava di portare con sé e per questo, negli ultimi tre anni, abbiamo proposto la professione di fede anche a coloro che vi giungevano per altre vie, alternative al “Progetto Simbolo”, ma ugualmente valide e arricchenti, come, ad esempio, i percorsi di Azione cattolica, degli scout o di altri cammini parrocchiali o diocesani».
Tutti questi itinerari, infatti, si pongono l’obiettivo di aiutare il giovane a prendere sul serio la propria ricerca di senso, rinnovando l’incontro con il Signore e crescendo nell’ascolto della Parola e in relazione con la comunità ecclesiale.
Le tappe della professione di fede
La professione di fede diventa allora un’occasione per il giovane in cui testimoniare l’importanza dell’incontro con Gesù e riconoscere il cambiamento che la sua presenza ha portato nella propria vita. Dopo aver maturato, infatti, tramite il percorso del “Progetto Simbolo” o all’interno di un cammino parrocchiale o diocesano, la scelta di affermare la propria fede di fronte al vescovo e all’assemblea, il professante è accompagnato dai membri dell’ufficio di Pastorale dei giovani in alcuni passaggi fondamentali. Il primo di questi è la giornata di ritiro “My way”, che si svolge tradizionalmente a Villa Immacolata e che si pone l’obiettivo di guidare i giovani in un percorso di scrittura autobiografica, finalizzato a ripercorrere la propria storia alla luce della presenza di Dio. La giornata si conclude infine con la consegna delle “istruzioni” per scrivere la propria professione di fede, ovvero una rilettura intima e personale del Credo, da pronunciare la notte della veglia di Natale in Cattedrale. Al momento di ritiro, segue, il giorno della professione, un’occasione di raccoglimento, in Battistero, che riunisce in preghiera tutti i professanti prima di raggiungere gli altri giovani in Cattedrale e celebrare, insieme a loro, la veglia di Natale.
Una comunità che accompagna e si rigenera
Ad accompagnare ciascun giovane in questo percorso è anche tutta la comunità parrocchiale, che lo affianca nel cammino e che si rende al contempo disponibile a farsi trasformare e provocare dalla sua presenza. «Crediamo fermamente – sottolinea infatti don Cattelan – nella potenzialità di un’occasione come questa nell’indicare una meta per la pastorale parrocchiale. Il giovane che si appresta a vivere questo momento, infatti, può essere accompagnato in molti modi dalla propria comunità: tramite la preparazione di momenti di preghiera e di celebrazione curati,
con la predisposizione di spazi e occasioni di incontro e di condivisione della fede e anche con la disponibilità, da parte di alcuni adulti, a un affiancamento personale. La professione di fede non vorrebbe infatti essere un punto di arrivo, ma una meta
a cui tendere per indirizzare e trasformare la pastorale ordinaria: senza stravolgerla, ma portandola a un altro piano, rendendola cioè creativa e generativa».
Non una destinazione, dunque, ma una tappa di un percorso che sappia arricchire la pastorale parrocchiale, rendendola capace di riscoprire la dimensione kerigmatica della fede, ovvero la sua propensione all’annuncio gioioso e autentico del nostro «credo» in Gesù Cristo.
«La scelta dei giovani di affermare pubblicamente la propria fede di fronte all’assemblea – sottolinea don Diego Cattelan, ufficio di Pastorale dei giovani – diventa un dono prezioso, da tutelare e coltivare, per le nostre comunità. Le parole dei professanti assumono infatti anche un importante valore di segno: per i ragazzi che “fanno” gli educatori, ma anche per gli adulti della parrocchia, che riscoprono il gusto di testimoniare la propria fede. La professione diventa allora un’occasione per far crescere il dialogo intergenerazionale, spostando il baricentro, nelle nostre comunità, dal “gestire delle attività” al vivere un Vangelo condiviso, valorizzando la forza trasformativa e generativa della presenza, tra di noi, di giovani che hanno scelto di pronunciare con convinzione, ma anche profonda umanità, il proprio “credo” davanti a tutta l’assemblea».

Il 16 giugno, il vescovo Claudio ha incontrato alcuni dei giovani che, negli ultimi quattro anni, hanno pronunciato la propria professione di fede durante la veglia di Natale. La serata è iniziata in Battistero della Cattedrale, luogo da cui ciascun professante è partito, la sera della propria testimonianza, prima di raggiungere la Cattedrale. Dopo la celebrazione dei vespri e la cena, i giovani si sono dedicati del tempo per ripercorrere con il vescovo le tappe che li hanno condotti alla professione, condividendo il significato e il valore di questa importante tappa del loro cammino e rileggendo il potenziale generativo di questo momento nella loro storia di vita cristiana. «La presenza di questi giovani – ha sottolineato il vescovo Claudio – invita le nostre comunità a farsi luoghi di relazioni autentiche e a riconoscere nell’amore fraterno che ci unisce la prima opportunità di scoprire Gesù».

Chiara Mion, 29 anni, originaria di Este e ora residente a Ponte San Nicolò, dove vive con il marito Andrea, ha scelto di fare la professione di fede, nel 2024, su invito della propria guida spirituale: «Quando mi è stata fatta questa proposta – racconta – sentivo di essere in un periodo ricco e positivo della mia vita, e ho avvertito che fosse il momento adatto per me. Negli ultimi anni avevo avuto modo di approfondire la mia fede che da sempre avevo coltivato grazie alle attività che svolgevo in parrocchia, come educatrice di Azione cattolica. Alcune esperienze diocesane, e prima fra tutte il percorso nel gruppo vocazionale, mi hanno però permesso di ampliare davvero il mio sguardo e di darmi un metodo con cui vivere la mia fede nella quotidianità». È grazie a queste esperienze che Chiara ha saputo trovare il coraggio di esporsi e di dire, senza paura, «io credo», durante la veglia di Natale. «Prepararmi a questo momento – sottolinea – mi ha permesso di riconoscere l’importanza che molte persone hanno avuto nel mio cammino di fede e di dare valore profondo all’esempio di Gesù: vero Dio e vero uomo, che ha condiviso con noi, nella sua vita terrena, gioie e fatiche, e punto di riferimento, per me, tutte le volte in cui cado e sperimento le difficoltà della vita. Grazie alla professione ho potuto riscoprire il senso profondo del mio essere cristiana, che mi porta ad amare e a lasciarmi amare da Dio, camminando nella gioia piena e costruendo giorno dopo giorno la mia vocazione, capace di dare senso e sapore ai miei passi».

È una storia di fiducia quella che ha accompagnato Tommaso Zardi alla professione di fede, pronunciata nella veglia di Natale del 2024: fiducia nei tanti amici che lo hanno accompagnato, in parrocchia a San Carlo in Padova, nel gruppo di Comunione e liberazione universitari e nell’esperienza degli esercizi spirituali per la vita ordinaria, e fiducia anche nei suoi accompagnatori spirituali, che gli hanno proposto la testimonianza pubblica della sua fede. «È stato bello sentire vicine queste persone, in un momento così importante, ed è stato anche significativo essere stato ispirato, nella mia scelta, dalla professione di una mia amica, che avevo avuto occasione di ascoltare l’anno prima. È stato “potente” assistere al suo “io credo”, perché l’ho sentito vero e profondo». Tommaso acquisisce così consapevolezza e coraggio e si convince a pronunciare anche la propria professione: «Scriverla – sottolinea – non è stato facile. Le prime parole che ho abbozzato, infatti, erano bellissime, ma poco mie: erano frutto di cose già sentite, in cui però avvertivo che mancava il vero me. Ho chiesto dunque al Signore di concedermi di essere vero, con me stesso e di fronte a lui, e ho ripercorso lentamente la mia storia, riconoscendo tutte le volte in cui si è fatto presente e le occasioni che mi hanno convinto a camminare con fiducia lungo la sua strada. Mi sono reso conto allora che ciò che avrei pronunciato sarebbe stato talmente vero e forte per me, che acquisiva davvero senso orientare tutta la mia vita nella direzione che il Signore mi stava indicando».

«Nonostante andassi a messa regolarmente e facessi servizio in parrocchia, sentivo che, dentro di me, c’era qualcosa che mancava»: esordisce con queste parole Alexia Chyniere, 24enne della parrocchia di Montà, quando ricorda gli anni che hanno preceduto la sua professione di fede. «Nel 2024 ho vissuto un’importante crisi, in seguito a gravi vicende che mi hanno portata a rivalutare molte cose che fino ad allora avevo dato quasi per scontate: la salute, i miei sogni, il futuro. E anche il mio rapporto con Dio. Mi sentivo come un vaso rotto, di cui non fossi in grado di riattaccare insieme i pezzi». Le occasioni di preghiera comunitaria e il dialogo aperto e sincero con alcuni preti hanno però permesso ad Alexia, nel tempo, di rileggere la propria storia attraverso gli occhi di Dio, trovando un senso a ciò che aveva vissuto. «La professione di fede – spiega – è stata per me la concretizzazione di questo percorso. In particolar modo durante la veglia è stato emozionante sentire vicino a me molte persone care in un momento così significativo per il mio percorso di fede». E ora ha scelto di vivere la propria quotidianità con consapevolezza nuova: essere cristiana e fare parte di una comunità sono diventati elementi fondamentali della sua identità. «Il mio desiderio è di rendere la mia vita una testimonianza autentica del fatto che, anche in una società come la nostra, spesso vittima dell’indifferenza e schiava del giudizio, i giovani possono compiere un passo coraggioso come scegliere di vivere pienamente la propria fede».

È il 2021 quando Marco Peruzzo, 26enne originario di Montegrotto, aderisce, insieme ad alcuni altri giovani della propria parrocchia, alla proposta di dare vita a un gruppo che adottasse il metodo del “Progetto Simbolo”. «Inizialmente – racconta – mi intimoriva l’idea che, alla fine del percorso, avrei dovuto testimoniare la mia fede davanti a centinaia di giovani, però ho deciso in ogni caso di iniziare questo cammino con fiducia, confidando che poi tutto sarebbe andato nel migliore dei modi. E oggi posso dire che è stata una vera ricchezza, se non altro perché ho potuto sperimentare l’importanza di farmi accompagnare, nel mio cammino spirituale e di fede, da alcune figure di riferimento, che oggi sono per me molto significative». Nonostante alla fine del percorso, nel 2023, Marco si senta pronto alla propria testimonianza di fede, si trova tuttavia nelle condizioni di dover rimandare la professione, a causa dell’improvvisa scomparsa della nonna il giorno stesso della veglia. «Sulle prime – specifica – ero incerto se confermare la mia disponibilità per il 2024, dopo ciò che era successo, ma poi ho scelto di compiere questo passo anche in ricordo di mia nonna. E ora sono riconoscente dell’opportunità che mi è stata offerta, anche perché grazie all’accompagnamento del mio padre spirituale, la mia fede continua a maturare e io riesco a riconoscere la presenza del Signore anche nei piccoli momenti della mia quotidianità. Non ho più paura, oggi, di essere giudicato per la mia fede e riconosco di poter dire con coraggio “sì, io credo”».