Idee
Oltre l’umano?
A cosa serve la tecnologia così potente e incredibile che possediamo e siamo riusciti a progettare e costruire? Quali nuovi orizzonti e possibilità ci schiude?
Davanti all’incredibile, e per certi versi preoccupante, sviluppo dell’intelligenza artificiale, queste domande diventano ancor più importanti e gravide di conseguenze.
Il documento Quo Vadis Humanitas, pubblicato nel mese di marzo dalla Pontificia Commissione Teologica Internazionale, affronta questo tema confrontandosi con due dottrine che talvolta trovano spazio anche nel dibattito pubblico: il transumanesimo e il postumanesimo.
Spesso i termini vengono usati accoppiati, in una narrativa pseudo apocalittica paurosa più per la banalità delle affermazioni che per i rischi reali che paventano. “Il transumanesimo – recita il documento al n. 14 – è un movimento filosofico che opera con la convinzione che l’essere umano possa e debba impiegare le risorse della scienza e della tecnologia per superare i limiti fisici e biologici della condizione umana, in particolare l’invecchiamento e perfino la morte, plasmando così la propria evoluzione e massimizzando il proprio potenziale, fino a riprogettare l’essere umano per renderlo adatto a dirigersi oltre”.
Il postumanesimo invece mette in discussione l’originalità dell’essere umano, soprattutto l’antropocentrismo che ha caratterizzato il pensiero occidentale fino a oggi, ipotizzando un vero e proprio superamento dell’umanità.
Se il transumanesimo è iper-ottimista nei confronti dell’uomo, il post umanesimo è invece radicalmente pessimista. Entrambi però lo negano e lo fuggono, nella sua limitatezza il primo, radicalmente il secondo.
Ciò che ha reso particolarmente attuale queste due dottrine, già presenti per molti aspetti anche nel passato, è esattamente la forza della tecnologia attuale. Essa appare così potente che qualcuno (i transumanisti) pensa che potremo con essa risolvere tutti i problemi, perfino darci l’immortalità; altri (i postumanisti) vedono nell’IA e nei nuovi sviluppi della biologia, un passaggio fondamentale verso nuove forme di vita, frutto di integrazioni tra materiale biologico ed elementi digitali, come i cyborg della fantascienza attuale e le chimere dell’antichità.
Faccio fatica a pensare che questi scenari possano diventare reali, anche solo parzialmente. La domanda che pongono è però decisiva e chiede – questa sì – una risposta: cosa vogliamo fare con queste tecnologie? Dove ci stanno portando? Quale umanità vogliamo realizzare?
Nelle due posizioni c’è qualcosa di vero e importante da custodire. Anzitutto il desiderio dell’uomo di crescere e di progredire; la risposta al transumanesimo che dice che l’uomo deve accontentarsi e rimanere dov’è mi sembra profondamente disumana. Soprattutto non fa in conti con la Pasqua di Cristo che, in modo radicalmente diverso da una prospettiva tecnologica, offre all’umanità una vita che non ha fine. Il postumanesimo ci chiede poi di vigilare su una concezione distorta della centralità dell’uomo nel cosmo che ha oggi una delle forme più evidenti nella distruzione del pianeta che abitiamo: non siamo i signori assoluti della realtà e possiamo crescere solo nel rispetto armonioso di ogni forma vivente e della realtà intera.
Davanti a queste sfide il documento offre due risposte. La prima è quella della ricerca di uno sviluppo integrale e solidale: la tecnologia a servizio di ogni uomo (di cui il cristianesimo ha un alto rispetto) e di tutto l’uomo, chiamato a crescere moralmente, socialmente e fisicamente, in modo commisurato al bene comune e alla dignità di ogni persona (cf nn 32-33).
La seconda è uno sguardo vigile e non ingenuo sulla tecnologia, che eviti al contempo una fiducia esagerata e incontrollata o una diffidenza ingiustificata (n. 53).
Non in un laboratorio fantascientifico, ma sulla croce di Gesù è possibile riconoscere il pieno sviluppo dell’umanità, chiamato a risorgere, corpo e anima come ricorda l’Assunzione di Maria, per l’obbedienza amorosa di un Figlio al Padre.