Idee
Se Gesù si fosse incarnato nel presente come si sarebbe posto di fronte al digitale? E gli apostoli?
Senza pretendere una risposta certa, si può ragionevolmente immaginare che sia l’uno che gli altri avrebbero accettato la sfida dei nostri giorni, abitando quelli che non sono semplicemente strumenti, ma veri e propri ambienti capaci di generare cultura, cioè un modo di pensare e agire. La posta in gioco è davvero alta e la Chiesa stessa oggi, con tanti laici e consacrati, sta accettando con coraggio di essere lì dove tante persone interagiscono, si informano, lavorano. Il fenomeno della presenza ecclesiale nel digitale si è sviluppato in gran parte come iniziativa dal basso, condotta da persone che utilizzano i propri account social e che abbiamo conosciuto come missionari digitali, ma non solo. Si parla anche di content creator e di influencer.
Ma facciamo chiarezza: «I missionari digitali sono battezzati che portano la testimonianza della fede negli spazi dell’online – spiega Massimiliano Moschin, sociologo della comunicazione ed esperto di fenomeni legati a internet e ai social network – non limitandosi a pubblicare contenuti per sé, ma con uno scopo preciso. Sono presenti nelle piattaforme (dai social network ai podcast, dai blog ai canali video), come luoghi in cui dialogare, formare e trasmettere cultura».
E chi sono i content creator e gli influencer? «Possono essere utenti che hanno a che fare con il mondo dei consumi ed essere orientati all’individualismo e all’autocompiacimento – continua l’esperto – Nello specifico i content creator sono figure dedicate alla creazione organizzata di contenuti online; quindi tutti gli utenti potenzialmente lo sono. Si parla di influencer quando quello che si produce non solo ha un’audience, un pubblico a cui rendere conto, ma l’impatto su di esso è tangibile, arrivando a influenzare e orientare il loro comportamento».
Diversi content creator e influencer sono legati al mondo ecclesiale: «I primi realizzano contenuti legati alla religiosità come omelie, riflessioni di carattere spirituale e altro. I secondi, tramite i social media e le piattaforme digitali, condividono contenuti legati alla spiritualità, alla fede e alla crescita personale con una mirata esposizione di sé come strumento comunicativo».
È risaputo che le potenzialità dell’online nella trasmissione del messaggio evangelico siano enormi, ma al contempo i rischi sono insidiosi. Quindi come i missionari digitali, i content creator e gli influencer cattolici possono stare nell’online, senza perdere di vista il centro? Per Moschin «è necessaria la consapevolezza e la conoscenza di come funzionano le diverse piattaforme (come i social network) per non subire passivamente le loro logiche e per adeguare i contenuti, senza sminuirli, rendendoli comprensibili. È importante conoscere le forme di linguaggio più efficaci, dove per linguaggio intendo lo stile che richiede la piattaforma e non le parole, e trovare un punto di equilibrio con il messaggio. Il rischio è che la forma abbia il predominio sulla sostanza arrivando a subire il linguaggio e il modo di costruire i contenuti rispetto a quello che voglio dire. Quindi riuscire a dire qualcosa di comprensibile, interessante e profondo è complicatissimo».
L’esperto mette in luce un secondo aspetto nodale che può portare a delle criticità per chi diffonde il messaggio evangelico nell’online: «Paradossalmente è molto difficile essere credibili e avere anche numerosi follower. C’è il rischio di rimanere schiavi dei like. Nel momento in cui i missionari digitali, i content creator e gli influencer surclassano il messaggio, abbiamo un ordine che si soverchia, va in secondo piano rispetto alla personalizzazione della comunicazione. Il problema sorge quando si costruisce un personaggio online e si continua ad alimentarlo in modo narcisistico. Serve una grande maturità. È difficile stare con un certo stile nell’online, bisogna credere e crederci molto».
A tal proposito papa Leone, durante il Giubileo dei missionari digitali e degli influencer cattolici tenutosi a Roma il 29 luglio 2025, ha osservato che «il centro dev’essere sempre Cristo, non il profilo personale». Queste ultime riflessioni sembrano riecheggiare il caso di (don) Alberto Ravagnani, di fresca memoria. Concludendo il suo ragionamento Massimiliano Moschin spiega che c’è una responsabilità di chi è impegnato cristianamente in rete: «È chiamato a rispondere in modo positivo rispetto agli stimoli negativi, diseducativi, che pullulano perlopiù nei social network. Come credenti siamo chiamati a ispirare gli utenti raccontando esempi positivi, a loro vicini, dove ognuno si possa immedesimare».
A rimarcare come il web sia in continua evoluzione, c’è chi parla di creator digitali di spiritualità 2.0. «Essere creatori di spiritualità 2.0 – spiega Pietro Calore, missionario digitale padovano – significa prendersi la responsabilità di inventare nuove forme di spiritualità o di aggiornarne di vecchie all’interno dei nuovi contenitori presenti in rete e negli smartphone, come i social network».
Per approfondire queste tematiche il Collegio universitario di Padova Don Nicola Mazza ha organizzato il corso “Influencer… live! – Incontriamo dal vivo creatori digitali di spiritualità 2.0”: «In qualità di membro della comunità italiana dei missionari digitali ho aiutato la Commissione spiritualità del collegio Mazza a organizzare questo progetto – spiega il giovane – finanziato dall’Università di Padova».
L’iniziativa si inserisce all’interno delle proposte di approfondimento e condivisione sul tema della spiritualità proposte dal Collegio a favore di tutta la cittadinanza ed in particolare dei giovani ospiti della struttura. Calore evidenzia che «l’obiettivo dei quattro incontri previsti, è offrire un’occasione di formazione umana, spirituale e culturale, con la presenza di persone attive online come influencer».