Idee
Due dati possono servire per inquadrare gli sviluppi delle politiche dell’Unione europea in materia di immigrazione e asilo. Il primo riguarda il tasso di accettazione delle domande di asilo: secondo Eurostat, nel 2024 oltre la metà delle 754.290 richieste d’asilo (51,4%) sono state accettate. I richiedenti sono riconosciuti come meritevoli di tutela a causa di guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti essenziali. Il secondo dato è il tasso di espulsione degli immigrati colpiti da un ordine di allontanamento: appena il 27%.
Il Nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo, approvato nel 2024, ha come principale filo conduttore l’aumento delle espulsioni (i ritorni sono citati più di 90 volte), ma in realtà intende incidere anche sul primo dato: abbassare il numero delle persone accolte. Spira un vento ostile all’accoglienza e ai valori umanitari. Lo conferma il voto al Parlamento europeo sulle norme relative ai Paesi sicuri (un pacchetto attuativo del Patto del 2024), in cui si è registrata una convergenza tra popolari e destra radicale che ormai, su questa materia, sta diventando un asse consolidato.
Nelle nuove disposizioni il concetto di Paese terzo sicuro viene declinato su due livelli. Il primo è quello dei Paesi di origine definiti sicuri, per i cui cittadini, quando presentano una domanda di asilo, vengono ora previste misure accelerate di trattamento dell’istanza e trattenimento alla frontiera. Si vorrebbe respingerli rapidamente, prima che riescano a conseguire una qualche forma di integrazione sul territorio, trovando lavoro o stabilendo relazioni sociali. L’Ue propone ora un elenco unitario, invece di quelli nazionali e incoerenti finora adottati. L’elenco comprende solo sette Paesi, invece dei 19 del governo italiano, ma fa comunque impressione: vi compaiono Bangladesh, Egitto, Kosovo, Tunisia, Marocco, Colombia, India. Il pensiero va a Patrick Zaki, agli oppositori incarcerati e ai cristiani perseguitati in diversi di questi Paesi. Il secondo livello è quello dei Paesi che l’Ue vorrebbe costringere ad accogliere i richiedenti asilo in vece sua, definendoli sicuri. Qui l’elenco si dilata, comprendendo Paesi con cui i richiedenti abbiano un legame, attraverso i quali siano transitati, o con cui siano stati stipulati accordi per l’esame delle domande sul posto.
Ma la disposizione più controversa è un’altra: la possibilità di espellere i malcapitati verso Paesi terzi, aggirando così la resistenza di molti governi a riaccogliere i propri cittadini espulsi. Entra nel lessico delle politiche migratorie il concetto di return hubs. In nome della deterrenza, si punta a spedire in qualche Paese africano immigrati che arrivano dall’Asia meridionale e viceversa.
Quanto alla legittimazione del “modello Albania”, occorre distinguere: c’è consonanza tra gli inasprimenti varati dall’Ue e la visione del governo Meloni, ma il nesso con l’istituzione di centri di accoglienza fuori dai confini non compare. I centri in Albania erano stati allestiti per trattenere chi voleva entrare; quelli varati da Bruxelles dovrebbero servire a “scaricare” chi dovrebbe uscire.
Ma la contraddizione maggiore è un’altra. Il governo italiano ha di fatto riaperto le porte all’immigrazione per lavoro, mediante un decreto flussi 2026-2028 da 500.000 nuovi ingressi, e altri governi dell’Ue stanno facendo lo stesso. Alcuni, come Svezia e Germania, stanno regolarizzando i richiedenti asilo diniegati che vengono assunti. Si pensa di calmare le ansie dell’opinione pubblica e di contrastare le spinte nazional-populiste chiudendo le porte ai più fragili, le persone in cerca di asilo, e comunicando un’illusoria chiusura dei confini. Ma i confini continueranno a essere attraversati e, se non si cambia linguaggio e visione, si costruirà una società europea in cui gli immigrati continueranno ad arrivare, ma saranno trattati come un’umanità indesiderata ed esclusa. Dovremmo invece ricordare sempre che insieme alle braccia arrivano le persone.