Fatti
Sotto le foglie di un’acacia, albero che rappresenta adattabilità, resistenza e capacità di superare le difficoltà, una giovane donna racconta la difficile convivenza del suo gruppo etnico composto prevalentemente da pastori, i Turkana, con i vicini Kalenjin, la maggior parte contadini. «In tempo di siccità o scarsità di risorse, il bestiame sconfina e causa problemi alle coltivazioni. C’è sempre il rischio che esploda un conflitto cruento. Qui la cooperazione nella gestione delle risorse diventa essenziale per una convivenza pacifica ed è sostenuta individuando e preparando alcune figure speciali: sono i peace ambassador, facilitatori del dialogo, come lo è questa giovane donna».
Siamo nel cuore del Kenya e queste parole sono una viva restituzione di Barbara Gamba, di Fara Vicentino, originaria di Thiene e responsabile dell’Ufficio soci e mutualità di Bcc Veneta, di cui è anche socia dal 2004. Quello che ha descritto è solo uno dei programmi gestiti e sostenuti dal Saint Martin, l’organizzazione attiva a Nyahururu, 200 chilometri a nord di Nairobi, e fondata nel 1999 dall’allora giovane missionario don Gabriele Pipinato e da Fondazione Fontana onlus. E proprio dalla sinergia tra Fondazione Fontana e la Bcc Veneta è nata questa esperienza che gli stessi partecipanti hanno chiamato “Chiedimi cos’è la cooperazione”: dieci soci della banca di credito cooperativo, tutti sotto i 30 anni e appartenenti al mondo del volontariato, accompagnati da Giorgio Dossi e Pierino Martinelli, rispettivamente presidente e direttore di Fondazione Fontana, dal 6 al 16 novembre, hanno visitato i progetti del Saint Martin e de L’Arche Kenya scoprendo concretamente il motto “only through community – solo attraverso la comunità”, il vero cuore che muove i programmi che qui hanno dato speranza a persone con disabilità, problemi di salute mentale o dipendenze, minori svantaggiati che conoscono solo la strada.
«Bcc Veneta ha un legame speciale con una particolare area del Kenya, a nord della capitale, perché dal dopoguerra diversi sacerdoti della Diocesi di Padova hanno fondato strutture religiose, sociali e sanitarie – ricorda Barbara, animatrice dell’iniziativa nata proprio da un suo precedente viaggio negli stessi luoghi – Don Gabriele Pipinato ci ha raccontato della sua esperienza e ci ha preparato al viaggio. Ci ha spiegato che tutto è stato pensato, sin dall’inizio, per costruire comunità, perché le persone riconoscessero in loro stesse le energie e la capacità di affrontare i propri problemi e trovare soluzioni. In questo modo di pensare e di fare noi abbiamo visto le radici della cooperazione. Infatti anche se in un contesto diverso, per sfide e complessità, abbiamo trovato molti elementi di similitudine. La cooperazione serve in fondo per costruire comunità; per sentirsi legati, per partecipare, contribuire, essere vivi; per darsi un’opportunità di emancipazione».
I partecipanti hanno così toccato con mano le tante forme che la cooperazione assume: nell’inclusione finanziaria quando sono stati in visita alla banca di credito cooperativo locale; nel servizio civile internazionale dopo aver fatto la conoscenza di Alice, giovane socia vicentina nel suo anno come casco bianco dell’Onu con i bambini di strada a Nairobi; nell’emancipazione dalla miseria quando hanno visitato il laboratorio di sartoria per le ragazze sottratte alla prostituzione. Il gruppo, poi, è stato invitato anche al battesimo di alcuni bambini, nella piccola comunità di Ol Moran, dove don Giacomo Basso, fidei donum della Diocesi di Venezia, celebra in swahili: «Lui ha sempre fatto comunità con i sacerdoti della Diocesi di Padova, ci tenevo a far conoscere ai ragazzi anche questa dimensione ecclesiale – spiega Pierino Martinelli – L’ultimo giorno prima di partire siamo stati a Korogocho, slum alla periferia di Nairobi, nel posto dove padre Alex Zanotelli ha fatto nascere il centro che dà anima a quest’area praticamente dentro una discarica, dove le persone vivono proprio la violenza economica della miseria. Tutte queste esperienze dovevano servire per dire che non c’è un solo approccio – quello del Saint Martin è uno di questi – ma tutti cercano in qualche maniera di rispondere alla domanda: perché hanno meno di noi e cosa possiamo fare per cercare di ridurre questa disuguaglianza?»
Ed è con bagagli colmi di volti e di voci che il gruppo è rientrato a casa, in Veneto, da dove proverà a costruire nuove risposte: «Portiamo con noi un senso di speranza – conclude Barbara – Abbiamo visto che anche in quelle situazioni è possibile trovare una soluzione, e che il modo più completo e duraturo è farlo collaborando. Siamo tornati convinti che le persone che ogni giorno danno un significato concreto alla parola cooperazione possano veramente produrre un impatto sociale positivo. Vorremmo anche noi essere così. Crediamo di poter trasferire questo insegnamento nella nostra quotidianità e crediamo anche di poterlo far diventare patrimonio collettivo e condiviso con i nostri colleghi, perché diventi non solo il modo in cui noi “abitiamo” le nostre relazioni di lavoro, ma anche il modo in cui la nostra azienda sceglie di essere e di stare».

Nella contea del Laikipia, tra terreni aridi e precipitazioni scarse, l’insicurezza alimentare rappresenta una dura realtà per molte famiglie. Poiché il 96 per cento delle terre coltivate dipende esclusivamente dalle piogge, il Saint Martin ha avviato il progetto Emergency Drought Response che offre soluzioni sostenibili alla scarsità d’acqua e a migliorare la sicurezza alimentare.