Fatti
Lo scrutinio delle elezioni legislative israeliane è ancora lontano dal fornire un quadro definitivo, ma alcuni elementi politici iniziano già a delinearsi. Con il 76,8% delle schede scrutinate il blocco dei partiti che sostengono Benjamin Netanyahu si attesta a 54 seggi. Sono, invece, 47 quelli assegnati alla coalizione guidata da Gadi Eisenkot. I partiti arabi raggiungono complessivamente quota 19 seggi, confermandosi potenziali arbitri della futura legislatura. A invitare alla prudenza è Wadie Abunassar, direttore dell’International Center for Consultations (Icc), organismo indipendente di analisi e dialogo con sede a Nazareth, attivo nella promozione dei rapporti tra comunità religiose, istituzioni e società civile in Israele e nel Medio Oriente. Abunassar sottolinea al Sir come sia ancora prematuro formulare valutazioni definitive.
“Non bisogna affrettarsi a trarre conclusioni”, afferma il direttore, ricordando che devono ancora essere scrutinati i voti espressi con il sistema della “doppia busta”, utilizzato soprattutto dai militari e dal personale diplomatico. Si tratta di un bacino elettorale che potrebbe incidere sull’assegnazione di circa 15 seggi e che inizierà a essere conteggiato successivamente. Secondo Abunassar, i risultati parziali suggeriscono che “il campo di Netanyahu possa ancora rafforzare la propria consistenza parlamentare, pur senza avere elevate probabilità di raggiungere da solo la soglia decisiva dei 61 seggi necessari per formare un governo”. Parallelamente, sulla carta, “esisterebbe la possibilità di un’alternativa guidata da Eisenkot con il sostegno delle forze arabe, ma si tratta di uno scenario che al momento appare politicamente complesso. Spiega il direttore dell’Icc: “Da una parte Eisenkot preferirebbe una coalizione sionista, dall’altra alcuni suoi partner naturali, come Avigdor Lieberman, continuano a opporsi a un governo che dipenda dai voti arabi”.
Fronte arabo. L’analisi di Abunassar individua “uno dei dati più rilevanti del voto nella forte partecipazione dell’elettorato arabo israeliano, che potrebbe aver raggiunto i livelli più alti degli ultimi decenni”. A spingere molti cittadini alle urne sarebbe stato soprattutto il timore di una nuova affermazione della destra radicale. “Le politiche del governo uscente sono state il principale fattore di mobilitazione dell’elettorato arabo”, sostiene il direttore. “Molti cittadini hanno percepito queste elezioni come decisive per difendere i propri diritti e la propria rappresentanza politica”. Da qui il forte sostegno ai partiti della Joint List e a Ra’am, che avrebbero raccolto oltre il 90% del voto arabo.
Fronte ebraico. Sul fronte ebraico, invece, il voto confermerebbe una tendenza ormai consolidata verso la destra. Secondo l’Icc, la maggioranza degli ebrei israeliani continua a identificarsi con quest’area politica, in un contesto segnato dalla paura e dalla sfiducia acuite dagli eventi del 7 ottobre 2023. “Netanyahu è riuscito a utilizzare l’attacco di Hamas per rafforzare quel sentimento di paura e diffidenza che attraversa una parte significativa della società israeliana”, afferma il direttore dell’Icc. Un elemento che avrebbe favorito il trasferimento di consensi dai settori centristi verso il campo conservatore e nazionalista.
La sfida futura. Per Abunassar, nonostante l’incertezza sui numeri finali, vi sono già elementi che consentono di individuare il premier uscente come il vincitore politico della consultazione. “Netanyahu ha dimostrato ancora una volta una straordinaria capacità di consolidare il proprio elettorato e di attrarre voti all’interno del campo della destra”, osserva. A suo giudizio, il leader del Likud beneficia inoltre della persistente difficoltà delle forze di opposizione nel costruire una maggioranza alternativa. Da qui la conclusione, in qualche modo provocatoria, del direttore dell’Icc:
Una formula con cui Abunassar intende evidenziare il crescente livello di polarizzazione politica e sociale. “L’attuale premier ha contribuito ad approfondire le divisioni non soltanto tra ebrei e arabi, ma anche all’interno della stessa società ebraica”, scrive. Resta poi l’incognita dei prossimi negoziati. Anche qualora non riuscisse a formare una coalizione, Netanyahu potrebbe mantenere la guida di un governo ad interim per un periodo prolungato. Allo stesso tempo, l’opposizione sarebbe chiamata a superare veti e diffidenze reciproche per trasformare i numeri parlamentari in una concreta alternativa di governo. Con lo scrutinio ancora in corso e i voti delle “doppie buste” da conteggiare, l’unica certezza è che il risultato finale non dipenderà soltanto dai numeri usciti dalle urne, ma dalla capacità dei partiti di tradurli in accordi politici. E proprio su questo terreno si giocherà la prossima partita per il futuro di Israele.