Fatti
I civili continuano ad essere le prime vittime del cruento conflitto in Sudan. Il 26 ottobre un drone delle Rapid support forces (Rsf) ha colpito un affollato mercato a Nyala, causando almeno 36 morti e 150 feriti, che sono affluiti nell’ospedale supportato da Medici senza frontiere. Attacchi con droni sono stati condotti anche a due settimane fa a Khartoum e di recente contro infrastrutture elettriche nelle regioni di Jazirah, Sennar e Gedaref, aggravando la peggiore crisi umanitaria al mondo. Notizie che non aggiungono nulla di nuovo ad una drammatica routine di guerra che prosegue dall’aprile 2023, da quanto le Forze armate sudanesi (Sudanese armed forces – Saf) combattono contro le milizie delle Forze di supporto rapido (Rapid support forces – Rsf). Perfino il Dipartimento di Stato americano ha diffuso ieri una dichiarazione, sottoscritta da altre 30 nazioni, che avverte della necessità di un intervento urgente per far fronte al “preoccupante deterioramento” della situazione alimentare. Dall’inizio del conflitto ad stimano almeno 200.000 morti, 13 milioni di sfollati, 19,5 milioni di persone in insicurezza alimentare e rischio grave di malnutrizione per almeno 825.000 bambini.
Centinaia di migliaia di civili morti. “Dall’inizio dell’anno a oggi sono morti centinaia di civili, se non addirittura migliaia, a causa dei droni. A Khartoum, Kosti, El Obeid e in Darfur. Ovviamente diranno che avevano un obiettivo strategico, che stavano prendendo di mira qualcuno”, commenta al Sir padre Diego Dalle Carbonare, provinciale dei comboniani in Egitto e Sudan.
Secondo il missionario i morti potrebbero essere molto più di 200.000 (in passato si parlava anche di 400.000 vittime), una stima al ribasso che non comprende “le persone che muoiono perché non hanno accesso all’insulina, ai farmaci per l’asma o ad altre medicine. Si tratta di persone uccise dai proiettili, ma il numero complessivo dei morti è sicuramente molto più alto”.
La candidatura all’Onu di una emiratina. Padre Dalle Carbonare è anche preoccupato per la notizia della recente candidatura come segretario generale delle Nazioni Unite di Lana Zaki Nusseibeh, diplomatica emiratina candidata alla successione di António Guterres. Oramai è noto a tutti – ed ampiamente documentato da report – che gli Emirati Arabi Uniti, con la compiacenza (se non complicità) degli Stati Uniti, sostengono le milizie delle Rsf, responsabili di atrocità, crimini di guerra e violenze sessuali. Guadagnando sul traffico di armi e oro, che arriva anche in Europa. “Una emiratina all’Onu sarebbe molto grave – osserva – . Gli Emirati Arabi giocano la carta dell’alternanza e la carta rosa: secondo le regole, l’incarico di segretario generale toccherebbe al Medio Oriente. E’ una donna che appare sempre senza velo, incarna l’immagine della donna araba emancipata. Però è grave che un ruolo così importanti possa spettare proprio agli Emirati, che stanno comprando mezza Africa ed hanno enormi responsabilità in Sudan e in Etiopia, dove si contano centinaia di migliaia di morti”.
L’invito all’Ue, “bloccare il traffico di oro da Sudan ed Emirati Arabi”. Il missionario rinnova l’invito all’Unione europea a fare “fare chiarezza sulla provenienza dell’oro sudanese che dagli Emirati arriva alle banche svizzere e, da lì, in Europa”. “Esistono leggi per monitorare e bloccare i minerali che rischiano di finanziare gruppi armati e alimentare i conflitti – ricorda -. Ma l’oro è stato volutamente escluso dalla lista. Si tratta allora di far lavorare i legislatori per ricordare che con l’oro si stanno pagando i genocidi in giro per l’Africa”.
Refugees international di ritorno dal Sudan, “testimonianze strazianti”. Sono tante le organizzazioni umanitarie che testimoniano le atrocità commesse in questi due anni e mezzo di conflitto. Un team di Refugees international è appena rientrato da una missione conoscitiva, dove hanno constatato la sconcertante distruzione causata dai combattimenti tra le Saf e le Rsf. Hanno intervistato sopravvissuti a massacri e violenze sessuali e hanno raccolto testimonianze strazianti su decessi evitabili, dovuti soprattutto ai tagli statunitensi agli aiuti umanitari.
Nello Stato di Gezira hanno visitato il luogo di un massacro perpetrato dalle Rsf, dove sono state uccise 176 persone. Hanno visto fosse comuni e ascoltato resoconti di combattenti delle Rsf che derubavano e uccidevano sistematicamente i civili, compresi i bambini.
In un campo per sfollati a nord di Khartoum hanno intervistato persone scampate all’assalto delle Rsf a El Fasher avvenuto un anno fa. Si sono messi in salvo rischiando la vita ed hanno riferito di violenze sessuali ed estorsioni. Per riuscire a fuggire hanno dovuto corrompere i combattenti delle Rsf.
Decine di morti a causa dei tagli agli aiuti umanitari. I responsabili di Refugees international hanno visto con i loro occhi gli effetti dei tagli agli aiuti umanitari sulla popolazione. “Molte famiglie ci hanno raccontato di aver dovuto seppellire i propri cari perché il cibo e le cure mediche da cui dipendevano sono venuti a mancare. C’erano almeno 50 tombe”, racconta Jeremy Konyndyk, presidente di Refugees International. “Il popolo sudanese continua a soffrire, e la responsabilità è degli Emirati Arabi Uniti”, afferma netto Daniel P. Sullivan, direttore per l’Africa, l’Asia e il Medio Oriente di Refugees International: “Abbiamo parlato con sopravvissuti a violenze sessuali, famiglie fuggite da El Fasher e comunità in cui i combattenti delle Rsf hanno sistematicamente saccheggiato e ucciso civili. Queste atrocità sono state rese possibili dalle armi e dal sostegno forniti dagli Emirati Arabi Uniti. Gli Emirati non possono sottrarsi alla responsabilità per la devastazione che hanno contribuito a scatenare in Sudan”.