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“Purtroppo, la guerra continua. Qui nella capitale e in molte altre città ucraine viviamo sotto il costante suono delle sirene, sia di giorno che di notte. Ci costringono a vivere in una continua attesa dei bombardamenti”. E’ mons. Oleksandr Yazlovetskyi, vescovo ausiliare di Kyiv-Zhytomyr e presidente di Caritas-Spes, a raccontare al Sir la vita quotidiana in una città presa duramente di mira da bombardamenti russi.
Dozzine di missili balistici sul Paese, stato di massima allerta. Un massiccio attacco russo nella notte del 2 giugno ha colpito l’Ucraina, in particolare le città di Kiev, Dnipro, Zaporizhzhia, Kharkiv. A seguito degli attacchi, il bilancio (sempre provvisorio) parla di 22 civili uccisi e più di cento civili feriti, tra cui bambini e donne. Molti edifici residenziali sono stati distrutti e danneggiati, così come ospedali, luoghi di culto religioso, scuole, esercizi commerciali, magazzini, ecc. A Kyiv le autorità hanno invitato gli abitanti a recarsi nei rifugi mentre le sirene antiaeree risuonavano e la contraerea rispondeva ai razzi di Mosca. “Razzi su Kiev!” si legge in un post dell’aeronautica. “Esplosioni in città. Le forze di difesa aerea sono in azione! Restate nei rifugi!”, si legge in un messaggio su Telegram del sindaco della capitale, Vitaliy Klitschko.
“Il bombardamento che è avvenuto alla vigilia di Pentecoste è stato terribile”, ricorda mons. Yazlovetskyi. “In alcune parrocchie di Kyiv si tenevano veglie notturne. La gente pregava, mentre le chiese tremavano a causa dei potenti bombardamenti sulla città con missili balistici. Tutti i quartieri sono stati colpiti. Di notte la città era in fiamme, e al mattino l’abbiamo vista avvolta dal fumo. Si sono contati più di cinquanta feriti e diversi morti. Non so se gli apostoli fossero più spaventati della nostra gente, quando si chiusero nel Cenacolo per timore dei giudei… Per fortuna la cattedrale non è stata danneggiata, ma intorno ad essa, come neve, abbiamo potuto vedere i frammenti di ferro con cui i russi riempiono i loro missili per rendere il suo impatto ancora più letale”. Nonostante il bombardamento notturno, la chiesa era piena di gente. “Sui loro volti si leggeva una grande stanchezza, poiché non avevano dormito”, dice il vescovo.
“Ho detto che avevo preparato l’omelia in precedenza, ma che in quelle circostanze non riuscivo a leggerla. Ho quindi detto solo poche parole sullo Spirito Santo, che ci dona il coraggio di sopravvivere anche in momenti come questo. Poi mi sono seduto, in silenzio, perché cos’altro c’era da dire? Questa è la nostra realtà…”.
Il bombardamento del 2 giugno, non è stato meno massiccio, anzi è stato significativamente più esteso rispetto all’attacco del 24 maggio. “Una vera e propria pioggia di droni e missili”, osserva mons. Yazlovetskyi. Erano diretti principalmente su Kyiv, ma questa volta anche su altre città come Dnipro, Kharkiv, Zaporizhzhia… I media riferiscono di 130 feriti e 22 morti. “Sempre più persone che conosco personalmente vengono toccate dalla sofferenza: caduti al fronte o durante i bombardamenti delle città, appartamenti distrutti. La Russia compensa la mancanza di vittorie sul fronte bombardando la popolazione civile nelle retrovie”.
Intanto, la gente è tornata a passare la notte nella metropolitana. “A volte è molto affollata e lo spazio non basta”, racconta il vescovo. “Ieri mattina, verso le 7, quando i bombardamenti sembravano finiti e l’allarme era stato revocato, proprio mentre una massa di persone tornava a casa dalla metropolitana, i russi hanno improvvisamente colpito la città con diversi missili balistici. Sono trucchi diabolici”. “Ma noi resistiamo. Preghiamo. Ci aiutiamo a vicenda per quanto possibile”, aggiunge mons. Yazlovetskyi.
“Gioiamo di ogni parola gentile e di ogni sostegno. Nonostante la guerra, non ci dimentichiamo dei nostri amici”. Il vescovo fa riferimento alla decisione di illuminare piazza Maidan, cuore della città di Kyiv e del Paese, con il tricolore italiano in occasione dell’80° anniversario della Repubblica Italiana. “Questo segno ha un significato straordinario. Maidan è il simbolo della nostra dignità e della lotta per la libertà.
Che l’Italia festeggi gli 80 anni della sua Repubblica condividendo i suoi colori con noi, in questo luogo, è il segno visibile che non siamo soli.
È la dimostrazione che la democrazia, la libertà e la fratellanza sono ponti che nessuna bomba può distruggere. Auguriamo all’Italia pace e prosperità, sperando di poter festeggiare presto insieme la fine di questo incubo”.