Fatti
Viste le premesse, la soddisfazione del governo italiano per l’esito dell’ultimo Consiglio europeo non è del tutto immotivata. Giorgia Meloni si è mossa con abilità sui diversi tavoli, appoggiandosi a destra verso i Paesi dell’Est del gruppo di Visegrad e dialogando a sinistra nel tentativo, almeno in parte riuscito, di ricucire i rapporti con il premier spagnolo Sanchez. Alla fine però l’unico risultato veramente concreto è stato l’accordo sul decreto bollette, finalmente sdoganato dalla Commissione Ue. Bene, ma si tratta dell’ennesimo provvedimento tampone, una toppa relativamente utile solo nel breve periodo e che costerà comunque nuovo debito a carico del nostro bilancio. E il debito resta un enorme problema per il nostro Paese non per le ossessioni dei guru finanziari, ma perché la spesa per interessi (il debito lo alimentiamo attingendo ai mercati che non ci concedono nulla gratis) ha raggiunto livelli impressionanti: dai 77 miliardi del 2023 si è passati gli 87 del 2025 e nel 2029 saranno 110. Tanto per avere un’idea delle proporzioni, in linea di massima la nostra spesa per interessi equivale (e qualche volta supera) quella per l’istruzione.
Non è colpa dell’Europa, quindi, se l’esecutivo fatica a trovare le risorse per una legge di bilancio che si vorrebbe fosse generosa nella prospettiva delle elezioni del prossimo anno (che si voti in tarda primavera o in autunno da un punto di vista sostanziale non cambia molto). Certo, se i negoziati ancora in corso portassero a nuovi margini di flessibilità – oltre ai 14,5 miliardi già concessi a luglio per energia e difesa – per il governo sarebbe meno arduo scrivere una manovra non diciamo espansiva, ma meno asfittica di quella di cui si è parlato finora nei documenti prodotti. Le parole di Ursula Von der Leyen (“Non possiamo fare miracoli”) se non chiudono la porta invitano tuttavia a non coltivare eccessive illusioni.
Il problema di fondo, del resto, non sono i vincoli europei quanto la crescita del Pil che, pur ritoccata al rialzo dall’Istat, rimane largamente insufficiente soprattutto dopo la fine del Pnrr, e l’enorme bacino del “sommerso”, che sfiora i 200 miliardi secondo i dati più recenti (relativi al 2024) e che il governo non riesce ad aggredire in misura rilevante. In un Paese in cui la povertà assoluta permane drammaticamente stabile su livelli elevati, sussiste il paradosso di un giacimento di risorse che non riescono a essere utilizzate non solo per oggettive difficoltà strutturali, ma anche per motivi di opportunità politica. Puntare il dito sugli extraprofitti delle banche e dei big dell’energia può avere una sua ragionevolezza purché non diventi un alibi per non affrontare i nodi dell’evasione fiscale e dell’illegalità economica.
A ben vedere esiste anche un altro paradosso, di natura prettamente politica, che non riguarda il governo ma le opposizioni, ripiegate sulle questioni interne e quindi incapaci di cogliere il momento eccezionalmente favorevole per una mossa alternativa efficace. Non si tratterebbe, beninteso, di cavalcare in modo strumentale un variegato e profondo malcontento che comincia a farsi strada anche in forma di protesta pubblica, ma al contrario di dare una forma concreta e coerente a tale protesta che altrimenti rischia di andare a ingrossare i ranghi dell’astensionismo e dell’estremismo.