Idee
Torna, regolare con il ritorno delle situazioni di crisi e l’aumento dei costi per l’energia, il dibattito sull’uso del nucleare a scopi civili. Un dibattito che nel nostro Paese rimane sottotraccia e vede contrapposte posizioni, a volte ideologiche, e che si è riacceso nelle ultime settimane e trovato nell’attualità ragioni per rianimarsi. Prima la tensione provocata dalla guerra contro l’Iran voluta dagli Stati Uniti di Trump, con il conseguente aumento del prezzo del petrolio, poi il richiamo storico nel 40° anniversario dell’incidente alla centrale del 26 aprile 1986 a Chernobyl, dove il più grande incidente nucleare della storia ha provocato, secondo l’Onu, circa quattromila morti e la contaminazione di un’area molto estesa. Un incidente che condizionò in modo netto i tre referendum abrogativi sul nucleare del novembre 1987, quando una maggioranza tra il 71 e l’80 per cento (a seconda dei quesiti) su quasi 30 milioni di votanti, oltre il 65 per cento degli aventi diritto, si espresse contro la continuazione dell’attività dei quattro impianti allora attivi in Italia.
Di recente, in più occasioni, il Ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, confermando l’intenzione del Governo di puntare sul nucleare per ridurre la dipendenza dell’Italia da altri Paesi, ha fissato al 2035 la data per l’avvio dei “piccoli reattori” per arrivare nel 2050 a un quinto del fabbisogno energetico nazionale di origine nucleare. Il dibattito vede partecipi e attive anche voci padovane. Tra i maggiori sostenitori della necessità di avviare al più presto il percorso per la produzione di energia nucleare c’è Giuseppe Zollino, docente di tecnica ed economia dell’energia e di impianti nucleari all’Università di Padova, responsabile energia e ambiente della segreteria di Azione, già autore di Te lo do io il Green Deal! Contributi per un approccio sostenibile alla transizione energetica che a breve pubblicherà un nuovo saggio per continuare l’opera di “convincimento”. Le sue tesi, frutto del lavoro di ricerca e si insegnamento, esposte anche nel corso della tappa padovana della conferenza di TEDx, sono che l’energia nucleare oggi è la più pulita e la più sicura che esista, garantisce bollette stabili nel tempo, che le scorie vengono prodotte in piccole quantità e stoccate in strutture di granito in piena sicurezza, che la decisione del 1987 è stata del tutto irrazionale, come dimostra il fatto che dei 173 reattori allora attivi in Europa a essere spenti furono solo i quattro italiani. Zollino fa riferimento al modello francese, che con un mix energetico centrato sul nucleare, ha bollette per l’energia elettrica care la metà rispetto a quelle italiane e produce emissioni dieci volte inferiori.
Opposta la posizione di Roberto Paccagnella, già ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), che, a cura della sede padovana del Movimento internazionale della riconciliazione (Mir) ha firmato il volume Small modular reactor
(Smr): realtà o fantasia? «L’enfasi di chi oggi sostiene la necessità di tornare al nucleare è posta sulle centrali di nuova generazione perché quelli di terza generazione (ce ne sono solo due, uno in Finlandia e uno in Francia) hanno richiesto tempi molto lunghi per la loro costruzione e costi molto elevati: per quello francese ci sono voluti 17 anni e 13 miliardi di euro. Noi invece abbiamo bisogno di energia pulita adesso – spiega Roberto Paccagnella – Si sono inventati i “reattori piccoli”, gli Smr, perché sono modulari, si possono accostare, dovrebbero ridurre le scorie con l’eliminazione di quelle a lungo decadimento che sarebbero eliminate abbattendo i costi di smaltimento. Ma tutto questo rimane sulla carta, gli Smr esistono solo come progetti e gli unici operanti sono in Russia e in Cina, di cui si sa poco, e sono in fase di sperimentazione. In sintesi, un reattore è un sistema complesso che per essere avviato va sperimentato a lungo. Oggi sappiamo come funzionano e come vanno gestiti quelli grandi, che hanno bisogno di tempi lunghi per la costruzione mentre quelli piccoli vanno ancora provati, necessitano di grandi finanziamenti pubblici sempre superiori, e di molto, a quelli preventivati in fase progettuale come il progetto statunitense NuScale che è stato fermato per l’esplodere dei costi dopo aver ricevuto circa 600 miliari di dollari di finanziamento pubblico. È come vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato, quando le alternative ci sono».
Paccagnella sostiene la sua posizione anche con argomenti che ampliano il campo delle preoccupazioni: «Chi parla di emissioni di CO2 nulle non include quelle derivanti dalla costruzione delle centrali, di estrazione dell’uranio, di arricchimento e costruzione delle barre di combustibile, di trasporto e stoccaggio delle scorie. Inoltre si parla di “vendibilità” dei progetti di Smr anche a Paesi terzi. In un mondo dalla grande instabilità geopolitica, con governi corrotti, quale sicurezza può derivare da migliaia di piccoli reattori dislocati in ogni parte del pianeta? E poi, la distinzione tra nucleare civile e quello per scopi militari non è così netta».
«Mi sembra» – conclude Paccagnella – che il nucleare sia una grande fonte di distrazione della finanza pubblica, non ci sono privati che si accollino i rischi di questo tipo di investimenti e, come ha ricordato la Banca d’Italia, senza sovvenzioni pubbliche questi progetti non camminano e il portafoglio per gli investimenti è limitato: se si investe da una parte si tolgono risorse ad altri settori. Le energie alternative ci sono, e sono disponibili in tempi brevi, con opportuni investimenti si stanno superando anche i problemi dell’accumulo. Forte è invece la spinta delle grandi aziende tecnologiche che hanno bisogno di un’enorme e crescente quantità di energia per alimentare i loro data center che sono necessari a sostenere i loro affari e che la lobby degli idrocarburi spinge perché continuino perforazioni alla ricerca di gas e petrolio. Infine, chi parla di Chernobyl al passato sbaglia: Chernobyl è una minaccia per il futuro e direi quasi per sempre, visto che il suo nocciolo radioattivo si spegnerà da un punto di vista nucleare solo tra migliaia di anni».
Nel report L’atomo fuggente: analisi di un possibile ritorno al nucleare in Italia, pubblicato nel giugno 2025 dalla Banca d’Italia, Luciano Lavecchia e Alessandro Pasquini scrivono che «una reintroduzione del nucleare non avrebbe significativi impatti sul livello dei prezzi» e che «sul fronte della dipendenza energetica, la riduzione delle importazioni di idrocarburi sarebbe compensata da una maggiore importazione della tecnologia e del combustibile per la produzione nucleare, in questo momento concentrati in Paesi geo-politicamente poco affini all’Italia». «Il contributo di una reintroduzione del nucleare alla riduzione delle emissioni di gas serra è invece potenzialmente consistente». Incertezza, invece, sulla tecnologia da scegliere, visto che i modelli di cui si parla «non sono ancora disponibili per la commercializzazione». Da qui, l’idea di «approcci cauti che predispongano anche strategie alternative»