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“Davanti alla basilica di San Francesco, dove, intirizzito dal freddo, ognuno alla fine sembrava serrarsi strettamente all’altro (Giovanni Paolo II era vicino al Dalai Lama), quando giovani ebrei si sono precipitati sulla tribuna per offrire rami di ulivo, in primo luogo ai musulmani, mi sono sorpreso ad asciugare le lacrime sul mio viso”. E’ commovente rileggere queste parole del cardinale Roger Etchegaray, da sempre in prima linea per la pace e i diritti umani, a 40 anni di distanza dall’incontro interreligioso tenutosi ad Assisi il 27 ottobre 1986 per volontà di Giovanni Paolo II.
Fu proprio papa Wojtyla a coniare l’espressione “lo spirito di Assisi” per definire il valore e la prospettiva di quell’evento che vide molti leader religiosi riuniti in preghiera per la pace e di cui si parlò anche nel monastero di Tibhirine in Algeria dove sette monaci trappisti vennero rapiti per essere uccisi da terroristi islamici nella notte del 27 marzo 1996.
Due anni prima, il 10 novembre 1994, Giovanni Paolo II nella lettera apostolica “Tertio millennio adveniente” (n.37) scriveva: “Nel nostro secolo sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi militi ignoti della grande causa di Dio. Per quanto possibile non devono andare perdute nella Chiesa le loro testimonianze”.
Papa Francesco nell’esortazione apostolica “Gaudete et exultate” del 2018 scriveva dei sette monaci di Tibhirine: “si sono preparati insieme al martirio”. Risuona in quel “prepararsi insieme” il “camminare insieme” della Chiesa di oggi.
Fare memoria non è un atto commemorativo e neppure un soffermarsi su una testimonianza cristallizzata in un tempo definito. E’ leggere pagine di fede pensata e vissuta, è lasciarsi leggere e inquietare da questa lettura. Ci sono anniversari che non sono date in un’agenda in cui gli appuntamenti si susseguono senza respiro. Sono ricorrenze che invitano a rallentare la corsa, a rileggere le scelte compiute, a ritrovare il senso del vivere e le ragioni della speranza.
E’ pensare e costruire un’alternativa di libertà a un cammino imposto dalla fretta, dall’apparenza, da un pragmatismo egoistico. E’ rifiutare un percorso dove l’altro, il diverso, viene visto come ostacolo ma come come colui che invita a ripensarsi come persone che vivono di relazioni.
Quello che sta avvenendo anche in questi giorni e che sta aggravando un quadro già cupo non facilita il dialogo. A renderlo ancora possibile è la memoria di uomini e donne che in situazioni diverse ma non meno inquietanti non hanno rinunciato ad andare controcorrente per amore della verità, della libertà, dell’incontro tra le diversità.
“L’angoscia della pace tra gli uomini e tra i popoli ci spingeva « ad essere insieme per pregare ma non a pregare insieme» scriveva il card. Etchegaray confermando che di fronte alla richiesta di pace le differenze non possono essere ridotte a separatezze.
E’ questa un’illusione come sembra affermare quanto sta accadendo? Oppure illusione è quella di quanti ritengono che la risposta alle tensioni e alle incomprensioni può venire solo dal più forte perché armato?
La forza della memoria dell’incontro di Assisi e del martirio dei monaci di Tibhirine porta a ribadire che la risposta alle domande di pace e di giustizia può venire solo da chi è forte perché disarmato.